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lug 24

Il modello Open House

Il caldo di questi giorni è insopportabile. In una città soffocata da una circolazione più che congestionata, la temperatura risente di un’umidità che rende gli spostamenti ancor più faticosi. Per andare in giro, in un momento – come direbbe Michele Serra – in cui la “reazione a tutti i costi” è diventata un dictat categorico da rispettare, ci deve essere un motivo valido. E la città che si frammenta nelle tante divagazioni psico-geografiche non aiuta. La sensazione, a dirla tutta, è che il fuori rappresenti un luogo minaccioso, avventuroso e caotico e con pochi spazi da dedicare alla percezione delle pur tante bellezze nascoste. Insomma, se chiudi la porta di casa alle tue spalle cadi nel buco nero del mondo sottosopra di Lewis Carroll. Strano perché, a ben vedere, siamo in piena fase di dibattito sul tema delle smart cities. È, in effetti, dai tempi della road map di Richard Florida che sentiamo parlare della città creativa, organizzata, tecnologica, aperta all’innovazione in ogni sua forma; è dai tempi dell’Ascesa della Classe Creativa che sentiamo parlare di città smart, come si dice oggi. Certo, l’argomento, intimamente collegato al miglioramento della qualità della vita, è un dibattito più che aperto. Non solo sul versante architettonico – che fonde l’estetica con la funzione -, piuttosto su quello del messaggio. A riprendere l’idea di Italo Calvino, una città è anche e soprattutto un contenitore di segni, uno spazio organizzato di percezioni diverse. Così, se dovessimo pensare a una Smart City, ci verrebbe in mente un immaginario ben preciso, un qualcosa di futuribile, tecnologico, evoluto, ma anche qualcosa di terribile e minaccioso. Non si può, parlando di futuro, citare i guru dell’immaginazione Aasimov, Gibson e Dick, senza cadere in oscuri presagi catastrofisti come in Ballard, De Lillo o in McCarty. Non si può parlare di futuro, senza alludere a ciò che il futuro intende lasciarsi alle spalle. Così, va detto, è difficile ora immaginarsi il rinnovamento delle città dal punto di vista della pura riorganizzazione: possiamo dirlo, qualcosa è davvero cambiato e, forse, in modo irreversibile. Quello che ci si lascia dietro è un mondo ancora categorizzato, storicizzato, un mondo comprensibilmente ordinato; esattamente quello che oggi non è più. L’orizzontalità della comunicazione, l’accessibilità della tecnologia, lo stesso processo di globalizzazione hanno creato un meta-territorio senza più confini, un infinito spazio di collegamento tra un nodo e l’altro della tela contraddistinto dalla continua e perpetua creazione di nicchie, comunità, “tribu’”.  Oggi, la qual cosa è affascinante e terrificante al tempo stesso, non si può parlare di riorganizzare una città per lo stesso motivo per cui non si hanno più classi distinguibili all’interno della macchina politica e sociale. Non sappiamo chi siano i decisori, i leader, gli influencers, non sappiano distinguere il valore degli opinion makers senza pensare che oggi il pensiero comune è il risultato di forze sporadiche e a volte casuali generate dalla rete e dal suo modo così singolare di manifestarsi. Oggi, in effetti, l’opinione è qualcosa di tribale, di etnico, qualcosa che stimola l’appartenenza a un gruppo, a un’azione ben precisa. Non si può parlare di smart cities senza che ognuno presente nei grandi ecosistemi sociali del mondo iper-tecnologico sia tentato di fornire in tempo reale la sua interpretazione di città. Ripensare, riconfigurare lo spazio urbano, allora, diventa un esercizio di intelligenza collettiva, in puro spirito 2.0, un gioco di modelli da applicare alla realtà.

Open house – what’s up?

Sul sito di Open House Roma, evento promosso a maggio 2012, si legge: Open House Worldwide è un’organizzazione internazionale con sede centrale a Londra, città dove il progetto Open House è nato nel 1992, e dove oggi l’evento principale ottiene un formidabile successo di pubblico. La fondatrice Victoria Thornton è membro onorario del Royal Institute of British Architects. Open House London apre le porte a 700 edifici ogni settembre con oltre 300.000 visitatori. Open House New York, nato nel 2002, richiama oltre 185.000 visitatori. A Tel Aviv e Gerusalemme dove ha debuttato nel 2007, Open House è considerato dalle amministrazioni locali come un progetto centrale per lo sviluppo del turismo delle due città, oltre a convogliare circa il 10% della popolazione locale verso gli edifici aperti al pubblico. In linea di massimo si parla di un evento nato per mettere in rete le risorse architettoniche e i luoghi della città e aprirli al pubblico. Un modo per promuovere una rinnovata sensibilità nei confronti dei luoghi che viviamo, che abitiamo e che rappresentano il nostro scenario quotidiano.

In puro spirito open source, e rifacendoci alla premessa di sopra, quanti sono i modelli proponibili sulla falsariga di questi eventi? Molti. Senza dubbio vanno citati alcuni fenomeni a supporto di quanto fino ad ora abbiamo sottolineato. Prima di tutto, sono quasi sempre libere iniziative di gruppi auto-organizzati attorno a un valore comune e, prima di venire consacrati dal settore pubblico e istituzionale (di fatto ancora sulla carta preposti alla programmazione), si rendono sostenibili grazie al lavoro di quanti condividono una missione, una passione, una competenza organizzativa. Sono, ancora una volta, le fantomatiche nicchie, le tribù che cercano di salvare il proprio mondo ricostruendosi uno spazio concettuale ed estetico possibile.

Così, sull’onda dell’esplorazione sensibile è nato, sempre a Roma, Case con Vista. Si legge sul sito dedicato: Casa con Vista nasce sull’impronta di una manifestazione con cadenza annuale ormai consolidata in Germania che prevede l’incursione di interventi artistici negli spazi abitativi. Per l’occasione, sono stati coinvolti quindici  proprietari di case di Trastevere con lo scopo di creare un itinerario espositivo che attraversi l’intero quartiere. L’intento del progetto consiste proprio nel dare agli artisti e ai proprietari di casa la possibilità di relazionarsi, di mettere in gioco le proprie prerogative creando un luogo significante condiviso.

Riteniamo con ciò che il modello di evento diffuso sia più che auspicabile, soprattutto se in grado di mettere in rete scopi, risorse e luoghi in senso dinamico, come fossero enzimi destinati a riattivare tessuti ormai morti, soffocati da modelli culturali desueti e dalla carenza di presenza del mondo politico e istituzionale. Riprogrammare, allora, diventa possibile, diventa stimolante, diventa quel gioco di ricerca di appartenenze che tutti quotidianamente cerchiamo di costruire.