4 × 4 =

Da molto tempo, ormai, ci poniamo le stesse domande. Siamo nostro malgrado figli di un’epoca in cui la cultura veniva trattata come materia elitaria, in qualche modo legata alla distinzione delle classi sociali. Essere depositari di un sapere, di una conoscenza (non sempre di una competenza), poterla esprimere in adesione a un determinato ambiente, erano l’occasione per una piena affermazione di sé (da troppi vissuta in chiave di auto-celebrazione narcisistica). Un periodo in cui chiudersi in un ennesimo Circolo Pickwick fatto di pochi eletti sembrava la strategia più efficace e l’unica via perseguibile.

Ora, le condizioni della società contemporanea spingono a una doverosa riflessione. Basta leggere i dati dell’Istat per capire come l’accesso alla cultura sia diventata un’emergenza, un driver di cambiamento a garanzia della crescita personale e della competitività professionale. Vale la pena, da questo punto di vista, interrogarsi sugli orizzonti del fare cultura, e non solo dal punto di vista creativo o di contenuto, ma da quello dei processi di produzione e distribuzione.


I linguaggi

La comunicazione culturale si sta frammentando in segmenti diversi, spesso non comunicanti, tra la conservazione della memoria storica delle arti e l’ibridazione con i nuovi linguaggi della comunicazione e dell’intrattenimento. Non è il caso, a mio avviso, di metterla sul fronte della ormai storica diatriba tra arti maggiori, arti elitarie di fatto poco accessibili ai più e lascito di una particolare nicchia sociale, e arti minori, da sempre viste come pericolose filiazioni qualitativamente approssimative dell’espressione artistica e, per lo più, indirizzate alla massima contaminazione con il pop.

Se la cultura deve corrispondere, come è lecito pensare, a una sorta di missione sociale, deve anche saper veicolare messaggi ben al di fuori dei criptici codici per iniziati che escludono la maggior parte della popolazione dall’opportunità di acquisire strumenti di emancipazione e di crescita. Quell’approccio educativo, a tratti paternalistico, della soggezione deve lasciare il posto all’umile rielaborazione del contenuto in altre forme, format e trasmissioni. Non è un caso che il trend di consumo di massa in questo momento sia dato dalle serie TV. Produzioni come Black Mirror, ad esempio, informano le persone dei pericoli della distorsione delle realtà da parte della tecnologia meglio di qualsiasi summit o forum o convegno. La formula dell’entertainment, che dietro la capacità di coinvolgimento ludico nasconde spunti e idee per stimolare riflessioni e dibattiti, non ha rivali. Lo dicono i numeri, lo dicono le pagine dei social e le ricadute in termini di attenzione e risposta del pubblico.

A novembre 2018 presso Rinascimenti Sociali a Torino con Davide Bennato, docente di sociologia dei media digitali all’Università di Catania, partendo proprio dalla sua pubblicazione su Black Mirror, una raccolta di saggi che offrono una chiave di lettura agli episodi della serie tra distopia e manipolazione della realtà, abbiamo approfondito il tema dell’importanza di riportare le materie umanistiche sui temi dell’innovazione, cercando di forzare la dimensione di ghetto dorato della cultura per lavorare su nuovi strumenti di divulgazione e coinvolgimento del pubblico. Se ai più arriva il messaggio della necessità di riflettere su argomenti come la privacy, la dipendenza dai media, la preoccupazione dell’immagine sociale, la privacy, la manipolazione e la mercificazione, è perché le storie funzionano, arrivano e sono facilmente godibili.

 

I format

Non esiste oggi parola più utilizzata. In effetti è davvero importante lavorare sul layout editoriale. La possibilità che oggi offrono le tecnologie di iper-produzione dei contenuti, creati da tutti a beneficio di tutti, ci mette di fronte al problema della qualità prima che della quantità. Il passaggio da utente a utente e da device a device, la fruizione ormai semplificata dal cosiddetto cross media, la frammentazione di canali e l’iper-connessione continua tipici dell’era post network (concetti ben espressi dall’idea di Cultura Convergente di Henry Jenkins nel 2013), ci portano a constatare la veloce e ineluttabile trasformazione delle piattaforme sociali in palinsesti orizzontali in cui si alternano programmi, trasmissioni, prodotti editoriali digitali. 

La preponderanza del video, del gaming, dell’interattività sono condizioni senza le quali non è più possibile pensare a una costruttiva e coerente comunicazione culturale. I musei, le mostre, gli spettacoli teatrali, i concerti, le manifestazioni devono ormai pensarsi in relazione a un  immaginario in costante e continuo cambiamento, spesso in stretta correlazione ai codici e alle tendenze dei media informali, generati dagli utenti in una continua manipolazione e reinvenzione dei contenuti. La grande e sorprendente library di format degli utenti è un segno evidente di come la memoria transculturale e trans-generazionale agisce rispetto a prodotti codificati e storicizzati. Si assiste a un continuo revival di generi, linguaggi, programmi, spesso con citazioni, furti stilistici, tutto ciò che permette a giovani intrattenitori, autori, editori di costruire un’offerta in una delle tante nicchie della lunga coda del consumo digitale.

Un format è un modello, una struttura e permette la serializzazione del contenuto nel senso di coinvolgere lo spettatore e utente in una confortevole abitudine ludica e formativa. Come operatori culturali abbiamo tutto da imparare da youtuber, influencer e media artists. Come operatori non possiamo più appellarci al complicato per colmare lo spartiacque esistente tra la complessità della vita e la necessità di semplificazione dei contenuti.

Il Knowledge Broker e la sensibilità al contemporaneo

È possibile formare umanisti digitali? Soprattutto, che finalità dovrebbe avere la creazione di profili di competenza in grado di trasferire la flessibilità e l’apertura dell’approccio umanistico sull’organizzazione aziendale interna ed esterna? Prima di tutto è corretto dire, usando la definizione di Bennato, che la cultura umanistica consente di inserire la competenza tecnologica all’interno di un percorso e di un contesto di senso. L’obiettivo è affinare negli umanisti la naturale predisposizione al problem solving e all’individuazione di soluzioni progettuali in risposta a problemi complessi. In un’organizzazione informatica o digitale, piuttosto che in qualsiasi altra impresa, l’umanista funziona come traduttore di processi in un linguaggio che rende possibile la comprensione e il racconto. In secondo luogo, l’umanista può favorire una visione d’insieme, una posizione olistica che lo metta nella condizione di ragionare per opzioni e variabili, seguendo con elasticità le opportunità contingenti.

Il knowledge broker è un profilo di traghettatore e trasformatore di competenze e conoscenze all’interno di un’azienda. La visione umanistica è il medium perfetto. parlando con Bennato di questo argomento, ecco come ha riassunto la questione:

proviamo a metterci nei panni di uno storico medievale in un’azienda di informatica e, magari, ad affrontare il tema della scelta di un linguaggio utilizzando i parametri delle sue conoscenze culturali: tesi ed eresia, la chiesa e la nuova dottrina. Ecco, immaginiamo che in informatica java sia la chiesa e il python sia l’eresia. Di fronte a un problema complesso questa similitudine può far riflettere su come un umanista arriverebbe a scegliere una possibile soluzione. Elasticità, padronanza di categorie di pensiero, combinazioni e accostamenti.

Per creare un knowledge broker serve formazione, ma serve anche il confronto delle proprie conoscenze con la cultura contemporanea. Un’apertura che può portare un’impresa a collocarsi in modo costruttivo e propositivo nel dibattito più attuale e necessario tra produzione e consumo.

 

 

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