venti + quattro =

a cura di Davide Pellegrini

Partiamo da un presupposto. Come già scritto da molti, non ultimo il Baricco di The Game, ridurre tutto al fenomeno dell’ignoranza dei molti è davvero riduttivo. Oggi la cultura del narcisismo che ha consegnato alle persone una voce per rappresentare se stessi nell’universo magmatico della cultura contemporanea, fatta di frizzi, lazzi e ninnoli appariscenti, è un atteggiamento di deriva e di difesa.

L’Io Minimo

L’io è ridotto al minimo nonostante la voce grossa, spinto a elaborare ogni giorno nuove soluzioni di sopravvivenza, chiamato a re-interpretarsi ogni giorno di più nell’algoritmo dei sé possibili, ma tutto sommato affascinato, come direbbe Christopher Lasch, dall’estetica delle soluzioni estreme e dal desiderio di applicarne la lezione alla vita di ogni giorno.

Nella convinzione, ormai più che sdoganata, dell’esistenza di un motore globale meccanicistico e immanente, si cerca di definire i propri contorni sfumati nella paura, nella velocità dei cambiamenti, nella scelta di posizione temporanee rispetto all’eccesso delle rappresentazioni delle troppe verità quotidiane.

Il nuovo consumismo è dato dalla spinta spasmodica e compulsiva all’affermazione di se stessi e alla compravendita delle identità surrogate.

Ogni giorno siamo e compriamo rappresentazioni di noi stessi. Il punto è che siamo spinti a misurarci in modo continuativo con una pressione inimmaginabile. Una pressione sfiancante che sembra lo scenario incubotico di una puntata di Black Mirror, fatta di una dialettica difficile di performance e di consensi, di provini e di pubblico (come ha detto in Be Happy un grande Bo Burnham).

Liu Cixin

Ne The Three Body Problem, l’autore sci fi Liu Cixin elabora un’interessante teoria: internet è diventata per noi una sorta di dark forest, uno spazio circoscritto dove domina il timore dell’esposizione, dove si cerca di sfuggire alla quantità pervasiva delle informazioni aggressive, del tracking commerciale, dei troll e degli haters, dei vari e tanti hype, e di tutti quei comportamenti di massa definiti “predatori”.

La nostra dark forest è fatta di nascondigli, zone depressurizzate fatte di canali privati, spazi di conversazione ristretti, gruppi e community chiuse, al sicuro dall’eccessiva gamification delle interazioni e dalla iper-competizione compulsiva per acquisire potere (l’influencing, le sue tante derivazioni imitative).

Uno dei grandi problemi è di tipo percettivo. Nell’era della post-verità, la rielaborazione delle informazioni diventa sempre più complessa, piena di sfaccettature e punti di vista. La risposta alla complessità è nella ricerca della semplificazione discorsiva, ed è così che, ci avvertono molti sociologi dei media digitali, agiscono e si consolidano i bias cognitivi.

Bias Cognitivi

Come complesse cataratte concepite dalla geometria neurale per proteggere l’individuo dalla mancanza di riferimenti, l’uomo dal pensiero debole (creatura post-moderna per antonomasia) rischia di disgregarsi in una sorta di ipocondria sociale fatta di ancoraggi, retaggi, settaggi.

Non so se esista una soluzione a breve termine ma, come da qualche tempo cerchiamo di fare con The Next Stop, c’è da lavorare nel racconto della complessità da un punto di vista autorevole e progettuale imponendo, se volete, ben precisi confini di lettura e schemi sequenziali di logica narrativa che, almeno per un primo periodo, possano proteggere le persone dalla troppe interpretazioni possibili di una data realtà e di un’informazione.

Mi spiego meglio. Se dico: siamo nell’era della centralità dell’utente e della customer journey, come è avvenuto in questa ultima edizione di TNS, posso caricare il concetto di base di tanti e vari significati da rendere per chiunque impossibile la sistematizzazione dell’informazione in una scaletta di nozioni che è importante comunicare.

Se, invece, cerco di lavorare con un ben preciso fil rouge, collegando i diversi aspetti del tema agli obiettivi che mi sono proposto (nel nostro caso, trasferire strumenti di innovazione alla organizzazioni culturali), allora riesco a strutturare dei nessi importanti nel pubblico e portarlo a seguire un ragionamento.

La conclusione: nell’epoca delle centralità dell’utente, le organizzazioni culturali devono modificare processi e strategie di design dei servizi e dei prodotti e abituarsi a confrontarsi con i media digitali e i loro linguaggi, che pongono al centro la pressione dell’utente.

Fatemelo dire, perché per me che conduco il progetto è una missione importante, è come cercare di riconoscere una voce che racconta qualcosa in un vociare chiassoso di schiamazzi di piazza. Tutto per evitare di perdersi, tutto per dare forma a una dark forest con meno insidie del mainstream e dove sia per un momento più semplice orientarsi.

The Next Stop nasce per accendere processi cognitivi, interconnettere pensieri e saperi, ed è questo che rassicura le persone rispetto a sentirsi adeguate o meno a intraprendere un’esplorazione in nuovi territori di conoscenza e competenza. Noi continuiamo così, voi sosteneteci.

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