sedici − 1 =

Intervista a Davide Bennato, Professore associato di SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI E COMUNICATIVI dell’Università degli studi di Catania

A cura di Davide Pellegrini

Da tempo stai lavorando per favorire una convergenza della cultura umanistica con la tecnologia. Ci spieghi esattamente in che modo il sapere umanistico può diventare strategico per le imprese e le organizzazioni del futuro?

Il sapere umanistico ha due grossi vantaggi. In primo luogo è un sapere contestuale, cioè è in grado di renderci consapevoli del contesto in cui operiamo. In secondo luogo è un sapere stabile, ovvero trattando dei fenomeni legati all’uomo – l’arte, la letteratura, la storia, la filosofia – permette di avere un bagaglio complesso di modelli di comportamento umani specialmente nel caso di relazioni sociali basate su emozioni. Secondo me questi due caratteristiche – attenzione al contesto e descrizione dei comportamenti emozionali – lo rendono un ottimo strumento per comprendere il funzionamendo delle organizzazioni, ancora di più in un ambiente lavorativo dominato dai processi tecnologici che fungono da mediatori

Le Digital Humanities possono diventare quel valore su cui puntare nel prossimo futuro. Quali professioni in particolare pensi troveranno facilmente un’apertura del mercato?

Io credo molto nelle Digital Humanities perchè per come le vedo io, usano un linguaggio potente – il digitale – al servizio di un approccio o se si vuole una metodologia che è millenaria – le discipline umanistiche ovvero le conoscenze legate all’espressione umana. Per questo motivo le Digital Humanities si prestano bene a traghettare i saperi umanistici in contesti ad alta intensità tecnologica (nella fattispecie informatica). In questi termini possono essere strumenti validissimi per tutti gli ambiti in cui è centrale la comprensione dei processi umani di significazione, ovvero delle forme con cui le persone attribuiscono senso al mondo circostante. Quindi vedo bene questi saperi in tutti i punti di contatto fra persone e processi formalizzati come le risorse umane – zona di contatto fra persone e aziende – il settore del marketing – zona di contatto fra le persone e il mercato – la comunicazione interna – zona di contatto fra persone e processi aziendali – le relazioni pubbliche – zona di contatto fra persone e immagine aziendale – ma anche le nuove professioni legate all’intelligenza artificiale, in cui la significazione umana è incorporata nella macchina.  

I Big Data sembrano recintare le opportunità professionali a profili, diciamo, più tecnici e legati all’informatica. Quale approccio formativo dovrebbero avere oggi gli operatori culturali?

L’operatore culturale del mondo contemporaneo non può permettersi il lusso di non conoscere i meccanismi di funzionamento delle tecnologie digitali, perchè le tecnologie digitali innervano ogni aspetto della produzione culturale –  e non mi riferisco solo ai social media. Bisogna superare l’idea che la conoscenza digitale sia un sapere tecnico estraneo a chi fa cultura. Lo dico in un altro modo. Un operatore culturale – sia esso un manager o un creativo – può non conoscere la fisica perchè questa disciplina ha un impatto limitato sulla propria professione. Oppure può non conoscere la chimica, perchè questa disciplina ha un impatto limitato sulla propria professione. Ma non può non conoscere il digitale e l’informatica perchè sono elementi strutturali dell’esercizio della propria professione. 
Un operatore museale che deve decidere se implementare una app del museo, uno storico dell’arte che deve accedere ai database specialistici della propria disciplina, un progettista di eventi che deve comunicare usando i social: sono tutti casi in cui la consapevolezza del digitale inteso come tecnologia è sostanziale. Nessuno sta dicendo che queste figure professionali si devono sostituire ad un professionista informatico, ma non possono permettersi il lusso di non comprendere le logiche del digitale e  – si – dei dati, vera iinutilizzata risorsa culturale del XXI secolo.
 

Quali saranno secondo i grandi temi del 2020? So che è una domanda, per così dire, da rotocalco, ma credo sia interessante il parere di un sociologo dei media digitali.

Ho un certo sospetto nel fare previsioni perchè hanno il problema di essere vincolate al punto di vista di chi le enuncia. Parafrasando Wittgenstein, i limiti delle mie previsioni sono i limiti dei miei interessi e delle mie curiosità. Al netto di questo posso provare a ragionare su quella che mi sembra l’aria che tira. In primo luogo apertura alla diversità: non solo culturale ma anche professionale, è necessario confrontarsi con competenze diverse per accedere a un mondo sempre più complesso. Da qui discende il secondo punto: la cooperazione. Se – come diceva Max Weber – la cultura è una sezione finita dell’infinità priva di senso dell’accadere del mondo, allora per aumentare la comprensione del mondo bisogna aumentare l’accesso alla cultura e alle competenze che ognuno ha dal proprio punto di vista socio-storico o professionale. Infine il terzo punto: i valori. Non si dà conoscenza senza etica perchè la conoscenza è una forma di potere che spesso è volontà di potenza quando integrata nella tecnologia. Quindi responsabilità e deontologia come corollari dei valori. Non credo che la tecnologià sarà un tema a sè poichè ha già fatto il suo corso diventanto onnipresente e onnipervasiva. Un po’ come l’acqua per i pesci dell’apologo di David Foster Wallace. 

Strumenti e tecnologie a parte, secondo te ci sarà davvero sempre più spazio per i contenuti?

Non esiste la televisione senza il linguaggio televisivo. Non esiste il libro senza il linguaggio della narrazione. Non esiste la radio senza il linguaggio radiofonico. In soldoni non esistono i media senza i contenuti che danno loro forma. Magari saranno contenuti ibridi, da sviluppare, crudi o poco raffinati. Ma ci saranno sempre e saranno sempre figli della stessa domanda: perchè devo usare i media? Nessuno compra uno schermo da 55 pollici per avere un televisore ma per vedere la televisione. Se poi con questo schermo-monstre vede bei film o pessimi reality è una questione di gusto, cioè di cultura cioè di società. Le elite del futuro saranno quelle che intercetteranno la cultura nei posti e nelle forme meno prevedibili ma per fare questo dovranno riconoscere i contenuti e sapere dove trovarli. Bisogna superare l’ideologia del libro: la cultura non è solo quella dei libri, potrebbe esserci cultura anche in una piccola performance su Tik Tok. La cultura è espressione di intelligenza e l’intelligenza è sia nei gesti di chi la performa che nell’occhio del colto che – appunto – la coglie.

Replica Rolex replica watches Replica Omega