venti + diciotto =

di Davide Pellegrini

Albert Einstein era solito dire che tutto dovrebbe essere fatto in modo semplice, ma non più semplice. In questa frase si condensa la percezione del senso delle cose e dei fenomeni, la possibilità che un sistema complesso possa essere studiato per individuare soluzioni in grado di renderlo conoscibile, interpretabile, senza di fatto modificare il dato strutturale della sua complessità.

Gli esseri umani, leggendo un bell’articolo di Jo Ito, Ex Direttore del Mit Media Lab, durante la rivoluzione culturale che ha prodotto la brusca crescita del mondo tecnologico, hanno abbracciato la filosofia della Singolarità, la convinzione che il progresso sia ormai arrivato a un punto tale di accelerazione che gli esseri umani non sono più in gradi di controllare, gestire e prevedere alcun cambiamento futuro.

Secondo l’idea della crescita esponenziale, il modello della Silicon Valley a detta di Ito, gli algoritmi nella direzione dell’intelligenza artificiale diventeranno superintelligenze più potenti dei cervelli umani e, di fatto, impossibili da riportare all’interazione umana.

Questa posizione, una sorta di illimitata fiducia nella velocità di apprendimento delle macchine, al tempo stesso immagina una progressiva e radicale sostituzione del genere umano con le intelligenze artificiali. Quelle, per dire, che da Asimov in poi hanno popolato gli immaginari distopici dei nostri sogni. Nel nostro articolo non è importante addentrarci troppo nelle specificità teoriche della singolarità. Le tesi di Ray Kurzweil sono più affascinanti come background culturale per un romanzo piuttosto che come argomentazione per discussioni sul tema della cibernetica (almeno per me che sono un profano), ma sono da sottolineare gli effetti di questo credo, di questo culto della crescita esponenziale.

Ovvero: come l’idea di un sistema auto-legiferante grazie a un’immensa disponibilità di dati e di memoria utilizzati nella finalità dell’auto-apprendimento possa incidere nella società.

Jo Ito avverte. I modelli di crescita esponenziale e i sistemi infallibili di produzione e accelerazione della produzione ad oggi hanno solo messo in evidenza maggiori e più urgenti problemi. Disparità dei diritti, povertà, crisi climatica, terrorismo, disoccupazione e sfruttamento, disfunzionalità delle città e degli ambienti vitali., alienazione, virtualizzazione estrema dei rapporti.

Se, oggi, al di là della tecnologia ritorna l’urgenza di un approccio human centred, è perché sta tornando il bisogno di abbracciare per intero l’ignoto, il non prevedibile, il mistero del mondo nella sua inconoscibilità, senza necessariamente fare ricorso a strategie di crescita dominate dal braccio di ferro Uomo-Macchina.

Per quanto le tecnologie potranno diventare intelligenti, i sistemi e gli habitat popolati da individui avranno comunque e sempre la necessità di configurarsi in senso fisico, emozionale, collaborativo, partecipativo, con una complementarietà delle differenze e delle eccezioni che consenta di passare dall’idea intelligenza artificiale all’idea di intelligenza aumentata al servizio, quindi, degli esseri umani.

Nel saggio del 2016 di Kevin Slavin Design as Partecipation, l’autore dichiara: you’e not stuck in traffic, you are traffico.

La prossimità fisica è un tema meravigliosamente importante e urgente. Il traffico digitale che crea l’ultramondo digitale ci sta mettendo sotto il naso ecosistemi paralleli alla realtà: le città, la democrazia, l’environment, gli habitat relazionali agiscono e prendono le forme dei media che li raccontano, diventano prodotti di consumo esperienziale tanto più innocui perché distanti da qualsiasi tipo di compromissione reale.

Il progresso dovrebbe portarci a massimizzare la portata innovativa delle tecnologie per altri scopi, superando l’angosciosa sensazione di dover restare in sella al cambiamento. Ci sono aspetti della vita delle persone che devono poter fare affidamento sull’innovazione come agevolazione, utility, commodity, come soluzione a problemi altrimenti non risolvibili. L’idea di un mondo, invece, sempre più dominato da algoritmi ingestibili, inutili dal punto di vista della crescita personale, professionale, sociale, è un qualcosa di davvero pericoloso.

La crescita, nella dialettica digitale-realtà è nel recupero delle funzioni e delle azioni che una società sana deve poter innescare per l’evoluzione e la salvaguardia dei suoi membri. Il lavoro, la qualità della vita, il sociale, l’educazione, la cultura, l’economia, l’impresa. Dobbiamo ritornare a governare il progresso senza doverlo necessariamente subire.

In questo senso le Digital Humanities possono dare un contributio decisivo.
Ci troviamo, dicevamo in apertura, nell’era della complessità. Le figure professionali di domani dovranno saper maturare competenze di analisi, lettura e interpretazione degli scenari, in una dialettica di elementi: dalle strutture delle organizzazioni alla gestione delle risorse umane, dalle modalità di produzione di beni e servizi alla responsabilità sociale, dai modelli educativi e di formazione alla crescita culturale.

I saperi umanistici, per loro impianto, possono offrire visioni più profonde di un particolare fenomeno, stimolare una cultura dell’interdisciplinarietà e dell’ibridazione dei linguaggi e, soprattutto, favorire l’acquisizione di tecniche di problem solving per mezzo dello studio e della sperimentazione.

L’umanista digitale del prossimo decennio sosterrà le organizzazioni in percorsi di crescita, sia dal punto di vista dei valori e degli obiettivi che dei progetti, dei prodotti e dei servizi, con la massima cura ed efficacia dei touchpoint. Siti web, social media, prodotti audiovideo, applicazioni, format di nuova concezione, edutainment e attività di gamification, ma anche eventi, sessioni collaborative, strategie di employee branding, policies di welfare aziendale.

Il sapere umanistico, quando incontra il mondo computazionale dell’informatica e i linguaggi del digitale, può mettere a valore la capacità di collegare aspetti di ricerca e di lettura dei dati alle fasi più concrete di pianificazione, organizzazione, realizzazione e gestione dei progetti. Informazioni, strumenti tecnologici e capacità di rielaborazione umana sono i fondamentai di un’idea nuova di crescita, i cui obiettivi sono obiettivi di contenuto, valori universali, soluzioni urgenti per distribuire le opportunità della vita a tutto il sistema sociale.

Replica Rolex replica watches Replica Omega