4 + uno =

Intervista al Professor Alberto Abruzzese

a cura di Davide Pellegrini

Siamo abituati più o meno da sempre a convivere con l’idea della crisi immutabile dei luoghi della cultura. Anche il tema, ormai esasperato, dell’audience engagement si sta inflazionando. Musei criticati per goffi tentativi di diversificazione dell’offerta – dalla sessione di yoga al silent concert in notturna, fino alla cena gourmet a inviti – , o avanguardistiche sperimentazioni di programmi ibridati nei linguaggi, dalla proposta sofistica al prodotto provocatorio di entertainment. In alcuni casi, non entro nella polemica del MACRO ma mi è utile parlarne, si assiste alla reinvenzione degli spazi secondo le tendenze e, forse, le esigenze di generazioni votate alla creazione di community e di hub polifunzionali. In un modo o nell’altro, non abbiamo un modello. Cosa serve davvero alla cultura?

“Siamo abituati…”. A formulare un qualsiasi discorso critico sulle condizioni del mondo ci si accorge di quanto sia difficile se non impossibile parlare senza ricorrere alla prima persona plurale. E’ questo il problema e qui l’obiettivo da darsi: sfuggire alle abitudini. Fuggire dagli abiti, dalle divise e dai ruoli culturali che abitano la persona e la rendono complice comunque del suo stesso essere al mondo. Ci si deve mettere subito in allarme con se stessi quando si dice “noi” con l’idea di parlare a nome di un’epoca ma anche di una comunità sociale coesa, unisona, in grado di giudicare come e dove va il suo mondo. Dicendo “noi” ci si mette la faccia: invece di un accusatorio “voi” o un distaccato “essi”, accade al sé, nella sua unicità, di ritrovarsi d’incanto nella prima persona plurale: stretto in essa insieme a tutti gli altri da sé. Meglio: insieme alle innumerevoli teste del Leviatano. Alla dimensione assolutista della pluralità di voci che vive comunque dentro la carne stessa del Sovrano. E allora – ad evitare la sovranità dei luoghi comuni – la domanda da porre e porsi è innanzi tutto se non sia l’ambiente culturale – al quale di fatto si appartiene come un feto alla sua placenta – il primo e più forte ostacolo da affrontare. Così da evitare che la singola persona si creda innocente, non responsabile, riguardo – è il caso di questa nostra conversazione – alla lunga durata dell’idea di crisi permanente dei luoghi, fisici e mentali, della cultura.

Il panorama che descrivi è in effetti reale: lo spazio della cultura – meglio dire (stringendo il campo) gli spazi dell’arte e di ogni evento che ad essa possa essere ricondotto – è invaso da interessi notevolmente spuri e difformi rispetto al suo passato. Questo è certamente giusto dirlo per quanto riguarda la straordinaria accelerazione e intensità raggiunta da tale invasione, altrimenti si tratta di una storia assai lunga ed anzi forse perenne e comunque inerente alla storia della civilizzazione occidentale, ai suoi dispositivi di sviluppo per mezzo di crisi e di crisi per mezzo di sviluppo). Si può dire anche il contrario: è l’arte ad invadere territori e dunque valori (immateriali e materiali) a lei estranei piuttosto che esserne invasa (ad es. tutto ciò che negli anni si è mosso nel campo della street art mi pare dimostri l’ambivalenza del rapporto iniziatico tra arte e non/arte, ovvero tra commerci delle gallerie d’artisti  e derive di vita urbana  rapite in un unico mercato). Comunque è vero che, alla produzione artistica manca sempre più un “centro di gravità” che non sia quello (necessario per potere “esserci”) di apparire nei media (paradossalmente – almeno per i veri ingenui – anche quando si tratti di azioni pensate contro i media stessi: la invenzione pratica e teorica delle avanguardie storiche).

Il caso del Macro è a mio avviso esemplare ma in una accezione del tutto particolare: esaltante e insieme scoraggiante. Lo dico contro De Finis, che pure ha meritato di venire difeso sino all’ultimo, e anche contro l’assessorato alla cultura di Roma (che insisto a giudicare corto di capacità istituzionali all’altezza del necessario). Infatti il sistema museale romano ha ottusamente rigettato da sé il MacroAsilo con l’intento di difendere i consueti, ordinati modelli istituzionali e merceologici dell’arte senza volere o sapere cogliere il fatto che, nel suo unico anno di vita, lo spazio di via Nizza, prima costretto e abituato alle solite routines espositive, ha dato asilo proprio ad ogni possibile e immaginabile passione e ideologia dell’arte. Arte in ogni sfumatura delle sue etimologie, interpretazioni e realizzazioni: consapevole o inconsapevole, alta o bassa, politicizzata o movimentista, ideologica  o solipsistica… un bel paradosso. Ma anche una bella rivelazione. Da cui però nessuna delle due parti sembra avare voluto trarre le conclusioni, interrogarsi sul senso retro o deviato del loro rispettivo punto di vista, decidersi a prendere di petto il problema dell’arte in tutta la sua estensione su campi espressivi di ogni misura e durata spazio-temporale.

Da anni mi occupo di far dialogare ambiti diversi. Mi muovo nell’habitat scomodo dell’apolide culturale, un poco disadattato a dire il vero, ma tutto sommato convinto dell’urgenza di far convergere la cultura con i modelli dell’entertainment. In fondo, oggi, separare i due emisferi sembra quanto mai sbagliato, perché rivelerebbe una conoscenza del mondo inadeguata e ristretta. Per lei l’intrattenimento può essere cultura e quale è il confine?

Affermativo: l’intrattenimento può essere cultura, in quanto lo è comunque. Ma è assai più difficile condividere o rifiutare il senso della domanda a meno di non chiarire assai bene quale sia il significato rispettivamente attribuito a cultura e a intrattenimento. Si scorda troppo spesso, anche ed anzi proprio in questioni come quella che si sta qui affrontando, il fatto che è cultura anche il più piccolo gesto o attrezzo o segno umano situato nel tempo e nello spazio. Scrivere la parola con la c minuscola o maiuscola è un vile espediente (comunque classista). Essendo altrettanto evidente che la qualità e funzione di intrattenere appartiene a una gamma estesissima di apparati di produzione e consumo ispirati alle più varie finalità, nel mettere tra loro in contrapposizione cultura a intrattenimento  in sostanza si vuole fare ricorso alla tradizionale contrapposizione – in termini di valore e quindi etici o estetici o politici piuttosto che di “gusto” – tra forme culturali dotate di alta qualità conoscitiva e forme a tal punto ritenute evasive dalle questioni cruciali del mondo e dell’esistenza umana e sociale da non potere essere ritenute forme di cultura ed anzi virus di incultura. Ne consegue anche che da un lato si collocano, vengono collocati, linguaggi selettivi mentre dall’altro linguaggi inclusivi. Su un fronte: le forme espressive di élite socioculturali, bisognose di affermare e trasmettere i propri contenuti e il proprio ruolo anche e forse soprattutto quando ne criticano ragioni e obiettivi tradizionali. Sull’altro fronte: masse variabili di pubblico che si orientano al consumo per evadere dalla società, deviare dagli obblighi e dalle sofferenze della loro vita quotidiana; appunto divertirsi (un impulso che fu fondamentale per il teatro di critica sociale di Brecht). Proprio la superficialità oppositiva di questi giudizi di valore rivela la loro sostanziale debolezza e tendenziosità. Si tratta di teorie basate comunque su interessi e conflitti di potere.

Non amo l’aggettivo “scientifico”: il sociologo dell’arte e della comunicazione sa bene che a un certo punto il metodo, qualunque metodo, deve cedere il campo al suo stesso oggetto di analisi. Tuttavia credo che esista una vasta letteratura scientifica, interdisciplinare, che ha da tempo oggettivamente sfatata di ogni fondamento l’idea di potere separare cultura da intrattenimento, arte da divertimento e via dicendo. Fare con metodo mediologico (una prospettiva post-sociologica in debito con l’asse Benjamin-MacLuhan) una storia e sociologia delle piattaforme espressive della modernità – dai territori e spettacolazioni dal vivo della metropoli all’aprirsi dei territori immateriali della fotografia e del cinema, sino a quelli della TV e infine ai mondi virtuali delle reti digitali – ha dimostrato e dimostra con infinite prove l’infondatezza delle tesi oppositive tra cultura e intrattenimento, e le ragioni del loro continuo riproporsi (come ora tra scrittura e linguaggi digitali, libro e social). Le svuota di senso e persino dignità, ma ci mette anche nella condizione di sapere leggere quanto e come opera e si esprime la natura conflittuale dei mutamenti di potere.

Penso che la cultura sia un’urgenza. Non ho una posizione paternalistica in proposito, ma la giusta preoccupazione di restituire agli individui maggiore libertà di pensiero. Il grado di analfabetismo funzionale nel nostro Paese (ma non credo sia l’unico) è altissimo. Nonostante ciò, mai come oggi si assiste a un ritorno propagandistico dell’importanza delle professionisti umanistiche. Da storico dell’arte metto la sociologia tra le mie prime fonti di ispirazione. Professore Abruzzese, che futuro possono avere gli operatori culturali, in che mercati e con quali funzioni?

Urgenza, più di un bisogno, dunque una necessità. Condivido in tutto e per tutto l’idea che il genere umano stia vivendo una fase estremamente critica: la nostra è un’epoca in cui c’è sempre più stretta coincidenza tra il progredire del mondo verso sorti sempre più magnifiche e il produrre catastrofi sempre più mortali; salvare e sterminare vita, curare e creare dolore della carne. La nostra epoca ha tutti i tratti apocalittici, nel senso di rivelatori, di un tempo di inemendabile destino per il genere umano. In questo caso dire questa condizione post-umana qualificandola “nostra” esprime davvero bene la condizione universale – sempre più interconnessa – in cui vive ogni essere e cosa vivente, compreso ogni suo ambiente naturale e artificiale. Penso tuttavia che l’urgenza da sapere sentire non possa e ora comunque non possa assolutamente più consistere nel risanare l’idea di cultura sulle basi concettuali e ideali della grande tradizione umanista liberandole dalle falsificazioni e strumentalizzazioni attuali e riportandole alla loro sostanziale autenticità originaria. Per due ragioni almeno. La prima: i valori fondanti dell’umanesimo hanno fatto da rielaborazione delle grandi dorsali religiose e politiche dell’Occidente così da fornire il motore etico, estetico e operativo del processo di modernizzazione. Ragione per cui la storia ha dimostrato che la combinazione tra rinascimento, illuminismo e romanticismo non ha potuto evitare – e se ne è dunque sostanzialmente resa complice – le più grandi, terribili, tragedie del Novecento. La seconda ragione: i decenni a cavallo tra vecchio e nuovo secolo stanno dimostrando il sostanziale fallimento di classi dirigenti educate a principi umanisti fondati sull’antropocentrismo e su una visione ideologica – quanto strumentalmente adattabile ad ogni bisogna – della  libertà dell’individuo a ragione della natura esclusiva del suo linguaggio. Della potenza della propria parola. 

Il mondo computazionale chiede aiuto agli umanisti. Filosofi, sociologi, storici, uomini di lettere, storici dell’arte, fino alle arti espressive più connotate nell’aria artistica (ne parla molto Ken Robinson). Nascono le Digital Humanities per allineare il mondo tecnologico alle capacità di lettura, analisi e interpretazione del sapere umanistico. Cosa ne pensa?

Si tratta – quasi che il passato, tramontato e contraddittorio dibattito tra le “due culture” stia rinascendo in base di azioni concrete – di fenomeni culturali, anzi antropologici, in rapida evoluzione. Penso che vadano seguiti e condivisi nella misura in cui, direttamente e indirettamente, essi toccano in modi “tattili” le grandi questioni sui sempre più rapidi passaggi dalla civilizzazione moderna ai suoi conseguenti esiti tecnologici, ben difficilmente inquadrabili nelle teorie classiche dell’umanesimo, così tanto ideologicamente ossessioniate dalla loro necessità identitaria di separare la tecnica dalla natura umana. Si tratta di passaggi che dalla fase di passaggio dal moderno al post-moderno si stanno traducendo ora nel passaggio dall’umano e post-umano. Forme di pensiero impraticabili senza la conoscenza e pratica della intelligenza artificiale e del ruolo che in ogni sua applicazione – personale, locale e globale nonché sociale e economica – svolgono i dispositivi algoritmici.

Intanto nelle aziende si fa un gran parlare di centralità dell’essere umano, employee branding, welfare aziendale? Ma lei crede davvero che questa sia una rinnovata epoca della centralità dell’uomo (in aziendalese si direbbe human centred)?

Non lo credo affatto. Anzi credo che ci si trovi in una situazione del tutto opposta e – in virtù della vita di rete che fa sempre più da mappamondo al genere umano – lo è, ripeto, su scala globale, nazionale, locale, personale. Perché? Il rumore su questo argomento è sempre più intenso: lo ritengo falso e dannoso, ideologico e disonesto. Una sorta di cortocircuito tra la tramontata “falsa coscienza” del capitalismo storico  e la montante totale assenza di coscienza agita dal potere astratto della finanza sul mondo, sui corpi e sulla loro esperienza umana. E sulla vita dell’intero pianeta terra. In questo pensiero human centred dilagante nelle imprese di mercato così come nelle istituzioni della ricerca e della formazione si sta facendo molto rumore per un “nulla di fatto” che invece sta vincendo su tutto altrimenti.

Da parte mia, dispongo di una sola argomentazione che tuttavia si basa sulla interpretazione critica di una teoria classica della civilizzazione moderna, quella che aveva inserito nelle regole dell’avvento della borghesia industriale la necessaria, etica, interdipendenza tra vocazione e professione. Tra la persona e i suoi obblighi sociali. Ha funzionato nel bene e nel male sino a quando ha funzionato il nesso storico tra capitalismo e democrazia. Ma mi pare che questo nesso, tanto fondamentale per le forme di socializzazione della modernità, sia ormai precipitato in una specie di nuova barbarie. Le magnifiche sorti dello sviluppo tecno-scientifico hanno compiuto un salto clamoroso in avanti e promettono di moltiplicarsi e estendersi in rapidità e efficienza. Ma i modelli di professionalità che stanno adottando marciano con velocità inversa alla obsolescenza delle vecchie vocazioni della persona. Il processo sta andando selvaggiamente avanti. Con l’idea dominante – strumentale comunque: consapevole o inconsapevole che essa sia – che il sistema di sviluppo in corso debba venire affidato ad una perfetta e efficiente sutura tra le tecno-scienze e le proprie dimensioni glocal (alle sue etiche e estetiche). Quindi affidato alla iper-potenza territoriale e mediatica di politiche forti in termini sempre più distanti dalle politiche classiche, storiche, che vivono una condizione sempre più residuale e marginale. Spesso da semplice quanto colposo schermo su cui le istituzioni (civili, educative e formative) insistono a discutere ormai fuori tempo e di conseguenza aumentando le cause della loro stessa dissipazione.

L’analisi delle politiche perseguite con l’intento di riformare scuola e università dimostrano la loro incapacità e non volontà di capire la estrema pericolosità di ripensare lo sviluppo sociale senza avere una teoria adeguata sulla singola persona, mantenendola ai cancelli del salto di competenze richiesto e imposto dalle culture emergenti in campo tecno-scientifico. Pensando che essa possa continuare così come è stata. Dunque come un guscio vuoto. Oppure arrivando a dimenticarsi della sua esistenza. Se si lascia che la persona venga abbandonata al trattamento delle scienze tecno-scientifiche il rischio è dunque grande. L’operazione da fare non è e non può essere diametralmente in opposizione: assai più micidiale sarebbe passare le carte alle tradizioni culturali – alle loro discipline – così come oggi si presentano, le quali, anche quando sensibili a problemi di sopravvivenza, loro e del mondo, di tutto possono essere capaci tranne che vivere l’urgenza dell’epoca (il suo nesso diretto con il dolore umano), se non attortigliandosi sempre di nuovo su se stesse. L’operazione dovrebbe essere invece radicalmente altra. Sottrarsi alle dialettiche della storia e dei conflitti e tornare a pensare esclusivamente alla qualità della persona. Essa non coincide con nessun soggetto sociale, nessuna delle sue figure (dal cittadino al professionista): è l’educazione umanista ad avere preteso e a pretendere questa coincidenza. Esiste – forse soltanto all’origine del mondo greco, seppure con tratti ambigui che ne spiegano la cattiva tenitura nel tempo – la pratica di considerare distinta la maieutica della persona dalla sua educazione e istruzione (al lavoro, alla professione, alla politica, alla guerra, agli obblighi della società). Bisognerebbe riuscire a creare focolai di pratiche maieutiche in grado di sapere resistere all’ordine di saperi impartiti dalla sfera sociale. In contenuto messo in gioco da queste pratiche dovrebbe innanzi tutto raschiare ogni convinzione umanistica sulla natura buona e libera della persona. E’ una prospettiva che non aprirebbe di nuovo alla violenza sociale – di cui l’umanesimo è sempre stato la necessaria controparte – ma potrebbe addolcirla almeno un poco. Così come sapere vedere nelle arti, basse e alte che siano, l’istinto si sopravvivenza della persona, potrebbe evitare che se ne faccia oggetti di culto, liberazione e rivolta.  Infine, concludendo su quanto avrei più dovuto dire: la società delle reti – prima ancora che le acque di Mosé si chiudano dietro al suo esodo – è di fatto uno straordinario laboratorio di conflitti, contaminazioni e mediazioni non solo eterodiretto ma anche maieutico tra persone e soggetti.

Alberto Abruzzese (Roma, 14 agosto 1942) è un sociologo, scrittore e saggista italiano. Dal 2005 al 2011 è stato professore ordinario di sociologia dei processi culturali e comunicativi e direttore dell’istituto di comunicazione presso l’Università IULM di Milano, dove è stato Prorettore per l’Innovazione Tecnologica e le Relazioni Internazionali, Direttore dell’Istituto di Comunicazione e Preside della Facoltà di Turismo, Eventi e Territorio.

Saggista prolifico, ha scritto di letteratura, di cinema, di sociologia della comunicazione e della pubblicità, di storia sociale dell’industria culturale e delle innovazioni tecnologiche, di mediologia, oltre ad aver pubblicato un romanzo (Anemia, 1982; da cui ha tratto successivamente un film omonimo) che è una variazione politica sul genere horror.

Replica Rolex replica watches Replica Omega