tre × cinque =

di Davide Pellegrini

La visione econometrica della cultura è un grande abbaglio. Che, purtroppo, dura nel tempo come antico retaggio di un modo di pensare storicamente consolidato nelle architettura sociali delle città.

Le retoriche non cambiano, resistono, si fanno più forti man mano che avanza il tempo.

Se analizziamo i dati dell’Istat, la preoccupazione dovrebbe scivolare in modo più che naturale su ben altri elementi. Un popolo al 70% di analfabetismo funzionale non dovrebbe preoccuparsi di produttività, piuttosto di non rimanere indietro dal punto di vista delle abilità intellettuali, unico vero strumento in grado di utilizzare strumentalmente la velocità dell’innovazione tecnologica a vantaggio della crescita generale. Il report di due giorni fa della Commissione Europea sono desolanti.

Nell’estratto de La Stampa del 14 febbraio pagina dell’economia, si legge:

L’Italia si conferma ultima nella classifica della crescita dei Paesi europei. Unica economia tra i Ventisette con un dato inferiore all’1%. Di molto inferiore, visto che la Commissione Ue stima che nel 2020 il Pil crescerà soltanto dello 0,3%. La previsione è stata rivista al ribasso, visto che in autunno Bruxelles stimava lo 0,4%. E il prossimo anno non dovrebbe andare oltre lo 0,6% (contro lo 0,7% pronosticato pochi mesi fa). E questo perché ci sono «problemi strutturali che conosciamo bene e spetta al governo e al parlamento italiani affrontare». Gentiloni ha detto che «ci sarà bisogno di lavorare molto nei prossimi mesi» sull’asse Roma-Bruxelles, se non altro perché la Commissione vede sempre «il rischio di deviazione significativa» dagli obiettivi fissati dai parametri Ue. In primavera arriveranno le nuove stime per deficit e debito e quel punto l’Ue valuterà se l’Italia sarà rientrata nei binari. Scenario poco probabile, visto che la riduzione della crescita non aiuta a tenere i conti in ordine. L’economia italiana paga un prezzo dovuto al calo dell’agricoltura e della produzione industriale, con il settore dei servizi che non riesce a dare una spinta perché è rimasto stagnante. In questo quadro negativo, attenuato da un calo degli spread, le uniche boccate d’ossigeno arrivano da due fronti: il reddito di cittadinanza e gli investimenti pubblici. 

Nella discussione riguardo la riforma del Patto di Stabilità, orientata in tutta europa verso una policy che mette in primo piano l’urgenza Green, va soppesato con cura anche l’impatto di investimenti su settori come l’educazione, il sociale – per non dire l’obiettivo quasi titanico di ristabilire un’adeguata alfabetizzazione e scolarizzazione – e la cultura. Dal punto di vista di quest’ultima occorre superare, come ben aveva sottolineato Massimiliano Zane, l’idea di cultura come un petrolio semplicemente da estrarre e mettere a reddito, un’entrata passiva generata dal turismo a favore del consumo con un indotto indiretto sui territori; piuttosto la cultura è un valore da costruire, sul quale far crescere le competenze di nuove generazioni di manager e di operatori specializzati.

Un primo fatto allarmante è la mancanza di riconoscimento di competenze specialistiche di tipo manageriale nel settore dei saperi umanistici, ancora soffocati in una forbice tra volontariato e raccolta fondi.

La cultura evolve perché i linguaggi che permettono alle sua forme ed espressioni di circolare e coinvolgere un eventuale pubblico (concedetemi la banalizzazione), trasformano non i contenuti, ma il modo di distribuirli e utilizzarli. Non preparare competenze, specializzazioni a questo salto quantico è inverosimile, così come lo è l’idea che fare cultura aderisca a un posizionamento di rendita di ristrette cerchie di gestori.

I format, gli eventi, le idee non cambiano perché, nella migliore o peggiore delle tradizioni, tendono a consolidarsi in operazioni di carriera, di predominio di ruolo più che di un obiettivo.

I festival che conosciamo da tempo hanno smesso di essere opportunità di crescita personale e professionale, si tratta sempre più spesso di operazioni di clonazione di topics gettonati nel più immediato aderire a un’abitudine – manifestazioni sul food, festival di libri, festival d’arte, dibattiti intellettuali, festival sull’innovazione o sul digitale a pacchi, robe sui brand, sul motivazionale, ecc.

Nulla di sconvolgente, se non fosse che da un lato c’è il conservatorismo di chi pensa a questi come unici frutti della strategia di divulgazione della cultura o dell’innovazione, dall’altro esistono generazioni cresciute nell’esclusione di un’offerta che gli ha permesso di conquistare spazi interstiziali di nuove piattaforme, nuovi sistemi connessi. Pensate, ad esempio, alla crescita esponenziale che stanno avendo gli e-sports, che riempiono stadi giganteschi in spettacoli costosissimi che impiegano alcuni “ atleti” del mondo videogame (si parla tra le altre cose di montepremi milionari).

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L’idea, mi rendo conto, di lavorare per una convergenza tra cultura e tecnologia spinta non è semplice, ma è la strada già tracciata dall’evoluzione comportamentale della specie.

 Saper perdere un evento, un comtenuto consolidato non deve necessariamente coincidere con un lutto, piuttosto deve essere considerato come un momento propedeutico nella logica dei sistemi aperti per cui nulla muore, ma si trasforma in qualcosa che sia più in linea con il mutare della percezione, delle emozioni, dei comportamenti delle nuove audience. Lo studio e l’osservazione sono due categorie, due skill di fondamentale importanza che, molto oltre la linea della conservazione lavorano per attualizzare nel migliore e più efficace dei modo il passaggio del sapere da una forma all’altra, da una piattaforma all’altra. 

La cultura da tempo ha perso l’autorevolezza di uno strumento di capitalizzazione di nozioni e conoscenze per scopi e obiettivi professionali. Quella motivazione di acculturamento, un tempo distintiva del grado di importanza dei mestieri intellettuali e non, si è trasformata nella richiesta di un’esperienza d’intrattenimento più piena, in cui diversi livelli si incontrano e dialogano.

Organizzare un week end di libere letture di autori esordienti in diversi luoghi della città anche non  necessariamente preposti alla promozione della cultura, vuol dire animare la comunità con azioni indipendenti, disintermediate, libere e per questo più vicine all’interesse delle persone allargando i confini dell’operazione culturale a contenitori non necessariamente istituzionali o istituzionalizzati, a persone non necessariamente parte di organigrammi codificati come decision maker del fare cultura, recuperando quella verve che un tempo era il vivace sottobosco degli impulsi creativi di quanti davvero avevano voglia di esprimersi, incontrarsi, scambiarsi idee.

Uno speaker’s corner

Lavorare per uscire dall’opportunismo delle parole chiave del momento, lavorare per l’inclusione di nuove generazioni di manager con sensibilità votate al contemporaneo, creare task force di specialisti tra sapere umanistico e scienze sociali, tra tecnologia e innovazione vuol dire rischiare, puntare su qualcosa che non conosciamo, ma che può contribuire a ridare un senso di vitalità e ottimismo.

Anche con le nostre barriere, il racconto di fantascienza recitato su instagram da un giovane aspirante scrittore, continuerà a esserci e forse diverrà ogni giorno più attrattivo; nonostante le nostre reticenze i liberi divulgatori culturali in rete che parlano di arte, scienze, politica e costume continueranno a esserci perché, a dirla bene, sono più colti di noi sul contemporaneo. Ed ecco, allora, quello che mi spaventa di più di chi difende e si batte per la cultura tradizionale, o divulgata nei modi più tradizionali, è proprio l’ignoranza nei confronti del contemporaneo. Il nemico è là, facciamocene una ragione. 

 C’è un qualcosa che, al di là della nostra battaglia per la conservazione, non teniamo in giusto conto. Di fronte a una tale eccedenza a di informazioni l’umanità potrebbe davvero non essere più in grado di guardarsi indietro, non più di una generazione o due; sarebbe come cercare di fermare un treno in corsa tirandolo con le mani. Ci lasciamo alle spalle continuamente qualcosa per far post a qualcosa di nuovo, sapendo in cuore nostro che qualsiasi eternità riporta una data di scadenza. Gli uomini, nell’innovazione, nella cultura, nei modelli educativi o nei pattern sociali assimilano ciò che è per loro disponibile, e lo rielaborano in una nuova soluzione. Il nostro compito come operatori culturali è reinterpretare il DNA del nostro passato in nuovi codici artistici, riattualizzando continuamente ciò che abbiamo in eredità, e che ha un valore immenso pur nel cambiamento.

Noi abbiamo iniziato un programma di talk per parlare di queste trasformazione. Nel 2019 c’è stato Davide Bennato per parlare delle minacce della tecnologia con un saggio ispirato alla serie televisiva Black Mirror. Il 21 febbraio 2020 presso Toolbox a Torino parleremo con Tommaso Ariemma di Pop filosofia e serie TV, il 6 marzo con Marco Ferrario tratteremo il delicato tema degli audiolibri e dei podcast, nuovo trend tecnologico nella diffusione dei contenuti. Noi cerchiamo di restare in sella, voi ci date una mano?

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