sei + quattordici =

a cura di Davide Pellegrini

Un’epidemia è un fattore straordinario di crisi. Assume maggiore gravità non solo per l’effettiva imprevedibilità della situazione. Nella nostra mente alcune informazioni, alcuni scenari sono tramandati da una memoria trans-culturale che è il risultato della continua condivisione di storie, di esperienze, di informazioni.

Pensiamo alla fine del mondo, che si aggancia alla percezione del termine naturale della vita stressandone l’idea nella paura di  un’interruzione prematura.

Se proprio devo morire, ci viene spontaneo pensare, che non accada prima dei 100 anni che mi sono stato dati di default.

La cultura si è da sempre avvalsa del supporto della rappresentazione del futuro, cibandosi e rielaborando fonti e suggestioni del passato. L’apocalisse è nei film, è nei romanzi, è nelle opere d’arte, è nella comunicazione, l’Apocalisse è il Futuro.

Lo scenario del mondo disastrato e sofferente è da sempre un sottinteso pronto a scoppiare mettendo a nudo la nostra paura più antica: che tutto abbia termine prima che per noi abbia senso.

In questi giorni particolarmente difficili sono venuti alla luce i comportamenti più estremi, polarizzati dalla capacità individuale (anche culturale) di lettura e razionalizzazione della realtà. Avere paura è lecito ma, come insegna la psicologia, se dietro la paura si nasconde una minore o maggiore dipendenza da bias e bolle cognitive, spesso estremizzate in iperboli pericolosamente ingenue (come lo sono alcune superstizioni), può diventare difficile gestire la situazione. Come succede il più delle volte, si avverte l’importanza di calare la retorica della resilienza a terra solo davanti al racconto dell’imminente catastrofe.

Retorica. Perché è un fatto che affolliamo le pagine di qualsiasi spazio digitale con travestimenti di senso che, il più delle volte, suonano come slogan e come appropriazione indebita d’un lessico di moda.

Così, dopo l’iperproduttività spinta del chi si ferma è perduto, ecco dall’alto imporsi un nuovo scenario. Strisciando fuori dalla fiction più nera, il virus è tra noi. E quindi? La prima reazione è stata l’aprirsi del solito, immancabile dibattito social in puro stile tavola rotonda.

È poco più di un’influenza, no è una malattia grave e seria. Colpisce solo gli anziani con patologie pregresse, no colpisce chiunque e può essere potenzialmente pericoloso per tutti indistintamente. Non bisogna piegarsi alla psicosi e barricarsi in casa, no è meglio evitare qualsiasi spostamento o rapporto umano fino a quando non sarà più chiaro.

Poi, da un lato i medici, dall’altro gli aspiranti tali, da una parte gli esperti, dall’altra gli allenatori nel pallone.

Sentirsi nel pallone, un effetto che solo l’infodemia più minacciosa può suscitare.

Rispetto all’urgenza di un intervento che senza dubbio è la priorità in questo momento c’è, non troppo latente a dire il vero, la preoccupazione di come garantirsi la sopravvivenza (sempre per quell’artificio della mente abituato a proiezioni in cui folle mannare depredano supermercati e fuggono il più lontano possibile – ma invano – dall’epicentro del male), e come tutelare il posto di lavoro.

Dal Film Contagion del 2011

Quasi mai si pensa a riconfigurare la vita in nuovi comportamenti, magari anche rispetto all’acquisizione di competenze o all’organizzazione del proprio spazio vitale in modo diverso. Salta lo schema tradizionale della dipendenza da responsabilità garantite e gestite da altri (prima di tutte le Madri Aziende, le organizzazioni). Il tempo diventa il mio tempo e la sua gestione produttiva, in una logica di senso che devo imparare a organizzare autonomamente, è la vera prova da affrontare. Cosa succede quando quell’elenco di azioni, di pattern comportamentali che chiamiamo abitudini, viene sospeso per un tempo indefinito? L’uomo, lasciato libero di scegliere come proseguire la sua esistenza molto probabilmente sarà tentato di perdersi, magari concentrando tutte le energie nella retorica del disastro, in una lunghissima e assordante nenia che non lascia scampo. E ora, che faccio? 

La retorica del disastro. Verbalizziamo la tecnica di ridondanza che sto usando in questo articolo per ripartire sempre da questo termine. Retorica.

Nel senso più comune, il termine indica una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni. 

La fine del mondo, le masse impazzite, malati che muoiono nelle strade, eccetera eccetera. Non voglio assolutamente banalizzare, la situazione è seria lo sappiamo.

Ma spostiamo per un momento l’attenzione dall’estetica della fine e dalle sue implicazioni mistico-filosofiche all’opportunità di un inizio. Cosa sta succedendo di molto grave, ci chiediamo ogni giorno che passa? Sta succedendo che la maggior parte di noi è costretta a fermarsi, riflettere e fare il punto.

Ad analizzare l’utilità, la necessità, l’importanza di impiego del proprio tempo perché la vita mantenga un senso e un valore al di là di ciò che conosciamo e ci dà conforto. In questa pausa, c’è un futuro da rimodellare.

Possiamo pensare che si tratti di una nuova era tecnologica, possiamo chiamarlo Smart Working, possiamo convincerci che sia davvero venuto il momento di fare qualcosa per il pianeta o, magari, pensare che ci troviamo di fronte a un punto di non ritorno. 

Ma quello che sta succedendo in realtà è che questo momento richiede il coraggio di guardarsi allo specchio e di fare un bilancio. Non è più possibile pensare alla mia vita come fosse un film che prima o poi qualcuno girerà per me, ora posso agire e fare qualcosa di meglio per me e per gli altri, magari avvicinandomi a quello che mi piacerebbe essere o a quello che mi piacerebbe fare, anche fuori dal sacrificio convenzionale del patto di lavoro, che spesso è l’alibi che incastra le nostre vite nell’eterno limbo dei sogni traditi.

Riconoscere delle vocazioni, liberare dei talenti, avere la pazienza di pensare a come utilizzare nuovi strumenti in un’epoca di incertezze. Lavorare sulla precarietà per imparare a stare in equilibrio, consumare i giorni con nuovi dosaggi rispetto agli ingredienti della vita. Riscoprire il proprio futuro come opportunità piuttosto che come la strategia tattica di una partita di Risiko.

Oggi si parla di Smart Working, di creazione di strumenti e software in grado di permettere il lavoro da casa, di modelli organizzativi funzionali a far sì che tutti riescano a restare produttivi nonostante le aziende siano costrette, almeno per un pò, a farsi liquide e flessibili. Ma tra le righe, quello che si legge, quello che arriva è che la questione dello Smart Working è e rimarrà sempre una questione di controllo sulle vite, di trattativa per cui se compro il tuo tempo voglio averne possesso fino in fondo.

Quello che arriva, rispetto al tema dello Smart Working, è la costrizione a cui sono sottoposte le imprese a causa di uno stato di emergenza. Tanto che prevale l’idea dello stare in casa. Vale, a patto che si stia in casa, del resto in giro c’è un virus. Sostituisco un obbligo contrattuale in presenza con un controllo in remoto, rassicurato dalla variabile del luogo di lavoro non convenzionale che, in quanto spazio chiuso, spazio confinato, mi offre maggior garanzie su un’eventuale perdita di tempo e operatività.

Lo Smart Working è l’esatto contrario di quello che leggo in questi giorni su vari spazi di informazione.

Prima di tutto è un motore di fiducia che responsabilizza gli individui rispetto alla dimensione del loro essere, anche nei confronti dell’azienda di cui fanno parte e, in ugual misura, dei colleghi. Il riconoscimento di un bene così prezioso come la fiducia, ha un effetto importante sull’auto-stima e una persona che si sente valorizzata darà tutta se stessa per non disattendere una promessa del genere.

Lo Smart Working non è un’opzione di confino, semmai è il confine che segna due diverse libertà. La prima è quella del lavoro, non più da intendere come costrizione, ma come partecipazione a uno scopo, come passaggio di valori dal singolo all’organizzazione e viceversa; la seconda è l’essere liberi di riconoscere a se stessi la dignità e la maturità di individui capaci, affidabili, in crescita continua, con un difficile, ma stimolante equilibrio della sfera professionale con il mondo privato e personale. Perché è solo con questo genere di persone che possiamo costruire un futuro a prova di immaginazione. Anche la più atrocemente vera. 

Replica Rolex replica watches Replica Omega