dodici − nove =

di Davide Pellegrini

Più di 10 anni fa nasceva The Next Stop. Il nome, come un presagio, è il risultato di una posizione che porto da sempre con me. Il bisogno di fermarsi a riflettere per mettere in ordine tutto quello che ci si lascia alle spalle dopo un consumo vorace e compulsivo. Esperienze di vita, memorie, conoscenze, competenze, aspirazioni e progetti, bisogni e desideri. Lasciarsi liberi di vivere profonde pause di stasi e ragionamento durante le quali tirare le somme per correggere e azzardare le prossime direzioni. Poi, nel disallineamento dei propositi rispetto all’urgenza del quotidiano si va avanti alla cieca cercando di galleggiare in modo elegante nel flusso di spinte e controspinte di questa epoca di caos. Ma, manco a farlo apposta, nel mare di esistenze diventate immensamente complesse, ecco che cala la spada di Damocle della pandemia. Una reclusione che impone il fermo e lo fa in un modo che nessuno di noi si sarebbe aspettato.

Davide Pellegrini, The Next Stop
Davide Pellegrini e The Next Stop

Non si tratta di un’incidentale qualsiasi, non è solo un intoppo momentaneo; accade, piuttosto, che questa epidemia diventi, nel ciclo continuo delle mille post-verità, il simbolo del futuro dopo la crisi o, meglio, dell’inizio delle crisi future. Nulla sarà come prima, tuonano i social network rimbalzando scenari futuristici in cui qualsiasi spetto della nostra vita si troverà a confrontarsi con l’obbligo del suo ripensamento. Tutto quello che abbiamo affrontato in modo teorico, spesso procrastinando al domani le reali soluzioni, ora si presenta a noi come un ostacolo da superare il prima possibile. La sostenibilità, stupendo slogan masticato con nonchalance, si trasforma in un’agenda di azioni che non sono più il risultato di strategie di policy calate dall’alto, ma l’applicazione nel quotidiano di comportamenti e stili di vita che riguardano tutti nessuno escluso.

The Next Stop si confronta dall’inizio della sua missione con un habitat, quello della gestione della cultura, dalla conservazione alla valorizzazione e alla produzione di nuovi modelli e contenuti, che è forse uno dei settori meno innovativi, con una trazione posteriore che àncora a terra con fermezza qualsiasi sforzo di apertura al cambiamento. Un habitat è un ecosistema o, meglio, un ego-sistema; e in questo caso il pericolo dell’autoreferenzialità è presente e ingombrante. Si ignorano i grandi cambiamenti sociali provocati dall’ascesa disruptive delle tecnologie e dei comportamenti annessi al loro uso. Soprattutto, si cerca di recintare pratiche e sistemi al già noto e sperimentato come non esistessero tangenze con altre categorie professionali, con altre urgenze organizzative e produttive.

Mettere tutto nel quadrato della dimensione “di settore” (il quadrato di The Square, avete presente il film), non fa bene all’economia della cultura perché non la prepara ai grandi spostamenti delle situazioni limite, per dirla alla Philip Roth.

In un’epoca di estremi, sopraffatti dal disordine, la cultura è la prima a rifugiarsi in un mondo solipsistico. Possiamo estendere questa definizione della condizione artistica all’intera categoria di specialisti del fare cultura. Di fronte alle situazioni limite si cade nella difficoltà di una risposta immaginativa adeguata, si cerca di affermarsi con la resistenza, in trincea.

Le situazioni limite, gli stati d’emergenza possono essere fratture epocali destinate a stravolgere equilibri, eventi, modelli sociali e culturali. Soprattutto, in situazioni particolarmente gravose, funzionano da deterrente all’innovazione, restringono il campo visivo e riducono la prospettiva per favorire una strategia di sopravvivenza. La resistenza al cambiamento, però, nulla può contro gli agenti esterni che, per una logica di contrappasso, forzano le barriere e impongono modifiche strutturali.

Mi presento. Professione operatore culturale

Veniamo al “settore cultura”. Facciamolo per prima cosa definendo cosa sia davvero la cultura. Molti operatori che appartengono alla scuola tradizionale interpretano la cultura come una semplice classificazione di giacimenti storico-artistici (con grande attenzione alla tutela e conservazione), spesso mettendo in ombra i processi intangibili che toccano la sfera della crescita personale e che sempre più frequentemente vanno a convergere con altri territori dell’espressione umana. La politica, l’educazione, la qualità della vita, il tempo libero, la dimensione civile, l’aspirazione al benessere, la riqualificazione dell’ambiente, la sostenibilità richiedono, ad esempio, la rielaborazione della cultura in un sapere attuale che apra ai nuovi possibili orizzonti. Se escludiamo le città d’arte, i monumenti, i musei, i teatri, l’editoria, alcuni eventi territoriali di rappresentanza, l’operatore culturale resta invece fermo nelle sue posizioni senza mai azzardare lo sconfinamento di senso in nuove possibili combinazioni. Questo succede per una serie di fattori che dobbiamo superare e che i fatti della vita ci impongono di riconsiderare.

La bellezza di Assisi
Uno scorcio di Assisi

Prima di tutto, l’operatore culturale vive una condizione di beata incomprensione. Considera l’ibridazione di linguaggi come un pericolo dal quale è meglio tenersi alla larga, come accade nella convergenza della cultura con alcune forme di intrattenimento. L’operatore tradizionale si chiude in un isolamento intellettuale e rinuncia a priori a qualsiasi forma di confronto con format diversi, tanto da perdere il contatto con la realtà. A supporto di questo timore c’è la chiusura preconcetta verso tutto ciò che esula dall’appartenenza al campo delle conoscenze specialistiche di cui è in possesso. Del resto, il fatto di vivere in un momento storico saturo d’immagini e rappresentazioni della realtà diventa l’alibi perfetto. Ma c’è un rovescio della medaglia perché se è vero che i media hanno permeato l’ambiente che viviamo, spesso invadendo la nostra stessa identità (ne parla in modo chiaro Christopher Lasch ne l’Io Minimo), se è vero che hanno monopolizzato il racconto della realtà con contenuti di poco valore destinati a un consumo immediato, è altrettanto vero che è diventato più che mai importante usare quei stessi strumenti per sostenere una divulgazione culturale di valore e permettere alle persone di crescere nella consapevolezza e nell’autonomia del pensiero. Gli strumenti digitali, con il potere di amplificare la distribuzione di conoscenza, sono un’opportunità di restituire linfa vitale alla nostra incredibile e ricchissima dotazione di passato.

Poi c’è il fattore resilienza che, in Italia, assomiglia più allo stare in trincea. Chi si occupa di cultura è chiamato da sempre ad aderire a una missione caratterizzata in prevalenza da sconfitte, rinascite temporanee, urgenze adattative alle trasformazioni imposte dalle difficoltà. Uno storytelling di settore che dipinge il fare cultura come un’operatività perdente in partenza, una scelta rinunciataria rispetto alla competizione sfrenata delle professioni realmente produttive, che sono quelle accettate convenzionalmente nel dibattito quotidiano delle tante piattaforme digitali.

Stabilito quale sia il campo da gioco (non solo terminologico) la cultura, forse per una forma di auto-emarginazione o forse per la soggezione di cui soffre in modo spontaneo la stragrande maggioranza delle persone (non facciamoci ingannare dalla presunzione degli insipienti), resta quasi sempre esclusa dalla gara all’innovazione. L’operatore non deve allenarsi alla resilienza, deve completarsi nel confronto con i modelli del contemporaneo.

Le conclusioni: l’operatore culturale diventa Innovatore

La trincea, l’orgoglio nel sentirsi una razza in via d’estinzione non ci servirà. Come operatori culturali abbiamo l’opportunità di diventare oggi dei protagonisti appropriandoci in modo deciso di strumenti che abbiamo sempre guardato con sospetto nell’idea che appartenessero all’emisfero della semplice comunicazione piuttosto che alla effettiva valorizzazione dell’eredità culturale. I risultati sono sconfortanti.

Gli operatori si stanno privando di strategie innovative per fare divulgazione, educazione, produzione, per sostenere le istituzioni e le organizzazioni culturali con attività in grado di coinvolgere nuove audience, sempre più stratificate e con interessi eterogenei diretti al consumo veloce, all’esperienza più che all’apprendimento, all’abitudine del comfort.

Mi auguro e spero che, dopo questa fase di stasi che non abbiamo potuto scegliere, si capisca che c’è bisogno di puntare su una reale conoscenza del contemporaneo e, soprattutto, sulla nuova collocazione che la cultura deve avere nelle vite delle persone. Non c’è da preoccuparsi, il traguardo dell’Umanesimo e del Rinascimento non scompariranno se sapremo rielaborarne le storie su parametri diversi, nutrendo il tempo delle persone con contenuti utili, necessari, coinvolgenti.

Ars Electronica Center di Linz
Ars Electronica Center, Linz

Serie TV, videogame, film, libri, ma anche eventi, mostre, spettacoli musicali, devono avere l’obiettivo di dare alla cultura quella vocazione aperta (nel senso che intendeva Umberto Eco) che non ha mai avuto e la cultura deve avvicinarsi sempre più a questi linguaggi. Ora, al di là della Storia, ci troviamo di fronte a un ordine nuovo. Bisogna tornare, con umiltà, a fare un lavoro da manovali e costruire, dove possibile, canali di cambiamento. Possiamo creare hub e centri di sperimentazione sul modello dei più innovativi centri europei come l’Ars Electronica Center che fin dal 1979, con il mirabile slogan Art, Technology, Society ha indicato una strada da seguire. Un think tank in cui artisti, scienziati, professionisti dell’elettronica si incontra per ripensare il mondo. È là che dobbiamo andare.

Replica Rolex replica watches Replica Omega