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di Fabrizio Vespa

In questi giorni viviamo divisi tra due mondi: la casa o il posto in cui trascorriamo la quarantena e il mondo esterno. L’epidemia, tra i vari e più tragici effetti, ha creato la cesura più profonda e mai conosciuta nell’era moderna tra dentro e fuori, tra spazio privato e spazio pubblico, tra noi e gli altri. Camminando sul nuovo limite tracciato dalle attuali restrizioni di legge, abbiamo così riscoperto il valore del tempo e soprattutto, trasformati di colpo in “casanauti” forzati, stiamo esplorando palmo a palmo il microcosmo domestico, a caccia di tutti i modi esistenti per “ammazzarlo” questo “tempo” complicato, fatto di isolamento sociale e di sentimenti contrastanti.

Tralasciando il mare magnum dello smart working, mai come adesso stiamo macinando ore e ore, in molti casi notti intere, sulle piattaforme e applicazioni digitali, scaricando prodotti intellettuali d’ogni genere, dall’intrattenimento spicciolo al mondo della formazione fino al gaming, distribuito in ogni sua forma. Mai come adesso i libri e qualunque altro supporto, definibile convenzionalmente “culturale”, stanno occupando prepotentemente porzioni così consistenti della nostra giornata. Persino i giochi da tavolo come per esempio i puzzle, sì avete capito bene i puzzle, stanno raggiungendo in questo momento negli States quote di vendita astronomiche, segnando un più 300%. Ci voleva la peste per farci ritornare a leggere o a giocare? Alla faccia e con buona pace di chi in passato affermava che con la cultura non si mangia!

Un oceano debordante di parole, video, immagini, conversazioni, frames è diventato ancora più di prima il nostro habitat naturale, anzi familiare a tutto tondo, determinando un aumento dell’affermazione collettiva e globale di una vasta serie di consumi intellettuali, a questo punto indispensabili, intorno a cui contestualmente si stanno delineando nuovi modelli di socializzazione, basati su sistemi tecnologici per i quali si sta alimentando una vera e propria irrefrenabile fame. Cosa pensi di Zoom? O è più affidabile Webex? È vero che HouseParty va bene solo per i ragazzini? Quante finestre supporta in chiave free Stream Jard?

La verità è che ci stiamo adattando, in qualche modo, e anche abbastanza velocemente, consapevoli in parte di attraversare il Mar Rosso di una nuova fase evolutiva del nostro medioevo digitale e non solo.

Stiamo maturando nuove abitudini, percorrendo nuove strade, rigorosamente online e con loro si sta facendo strada il pensiero che, una volta usciti dalla tempesta e a prescindere da come se ne uscirà e con quali ripercussioni sulla media e lunga distanza, è molto improbabile che abbandoneremo le conquiste appena raggiunte. Non ci disferemo facilmente degli strumenti, quelli che abbiamo affilato meglio di una punta di freccia del Neolitico e di cui abbiamo dovuto dotarci per sopravvivere e superare il momento della difficoltà. Gli saremo riconoscenti, a vario titolo. Anzi ce li porteremo dietro e assurgeranno a nuovo standard, non foss’altro perché i marchi proprietari intanto stanno già utilizzando questo periodo come test per avviare in seguito una più articolata e massiccia campagna di commercializzazione.

La casa appunto è diventato uno spazio pieno e occupato, in ogni senso. Per effetto di questa alluvione o meglio ancora di questo riempimento di contenuti, i “domiciliari” da Corona Virus stanno provocando una sovrabbondanza di speculazioni mentali su come immaginiamo che sia adesso il mondo esterno che, nella gran parte ci è precluso, su come sarà in futuro e immancabilmente su com’era, prima di abbandonarlo a spizzichi e bocconi, autocertificazioni permettendo, per la salvaguardia della salute pubblica.

Da novello “casanuata” di cui sopra, già raccolgo da tempo i messaggi che provengono dal mondo esterno. Registro che là fuori qualcosa sta cambiando grazie alla ritirata della presenza umana. Dopo vent’anni ho risentito un picchio battere contro l’albero secolare fuori dalla mia finestra e abito in pieno centro cittadino.

Più in generale, appena esco eccezionalmente per far la spesa, osservo il vuoto urbano e mi raggiunge con tutta la sua forza l’insensatezza palese di una città se questa è svuotata delle sue funzioni e della vita pubblica dei suoi abitanti. E questo solo per parlare dello spazio urbano, il dato più immediatamente sensibile, ma c’è l’imbarazzo della scelta sullo sciame di campanellini che di tanto in tanto giungono alle nostre orecchie e tutti potrebbero stilare il proprio bollettino personale o diario di bordo. Parafrasando il Comandante Kirk, non “spazio” ma “fuori dal portone: ultima frontiera”.

Una situazione che d’istinto mi ha fatto venire in mente “Le Cronache Marziane” di Ray Bradbury, raccolta di racconti distopici, scritta nel 1950, dove un equipaggio parte in missione per Marte nell’anno 2000 – tra l’altro la saga si conclude nel 2026, fra pochi anni in pratica – e trova sul pianeta rosso un mondo identico alla Terra, ma fermo a 70 anni prima della loro partenza e in particolare incontrano poco alla volta, in una sorta di mondo ideale, persone care del loro passato, naturalmente ancora in vita, così come luoghi appartenuti alla loro biografia personale. Tutta l’opera ruota sulle possibili spiegazioni di come sia possibile questa anomalia marziana, oscillando dall’idea che tutta la storia sia un sogno collettivo e allucinato dei protagonisti alla possibilità che Dio possa dare agli uomini una seconda possibilità rispetto ai danni, ambientali e sociali, provocati sul proprio pianeta d’origine.

Ecco se il mondo esterno si sta trasformando o si trasformerà quasi sul modello del pianeta di quelle cronache, passata la crisi e preso atto delle condizioni, probabilmente inedite, che si determineranno in futuro a seguito di questo evento, a quale tipo di seconda possibilità andremo incontro?

Il post pandemia, qualunque sarà il conto da saldare, ci obbliga a ripensare – e il tempo per farlo è adesso – un intero sistema di vita e di conseguenza, insieme a tutti gli altri, il sistema culturale. Come ritorneremo al cinema o a teatro? Come faremo ad assistere a una presentazione letteraria? Come saranno organizzati i concerti del vivo? E le partite di calcio allo stadio?

Chi vi parla è cresciuto con il mantra di Laurie Anderson che negli anni’80 imperversava, cantando “Language is a virus”, una composizione creata in omaggio William Borroughs e di cui l’artista americana ha detto lo scorso anno: “virus e linguaggio sono due concetti che si parlano da sempre; oggi, con i social, le parole sono diventate virali. La linea tra realtà e finzione è sempre più sfocata.

Più che le fake news, il vero pericolo della contemporaneità è la fake reality”.

Un periodo storico che lo stesso autore de “Il Pasto Nudo” avrebbe detestato visto che immaginò una storia in cui il linguaggio era un virus di origine aliena creato apposta per fare ammalare gli esseri umani, trasformandoli in alieni a loro volta. Nel linguaggio intravedeva un mezzo che comunica e al tempo stesso genera una maschera, qualcosa di destinato a tradire il pensiero stesso, non potendo quindi sottrarsi alla costruzione della verità se non diventandone il suo massimo corruttore.    

Ciò che stiamo vivendo in questo periodo, la bolla di informazioni martellanti e sollecitazioni d’ogni genere in cui siamo relegati, dimostra proprio quanto il linguaggio stesso abbia il potere di farci ammalare. Che dire, giusto per fare un esempio su tanti, del linguaggio bellico e militare adottato per descrivere l’attuale epidemia?

Gli effetti negativi dell’utilizzo di questa grammatica sono sotto gli occhi di tutti. Raccontare la diffusione del virus come un’invasione o come una guerra ha già portato le nazioni europee a mettersi idealmente l’elmetto e a barricarsi dietro i propri confini, andando contro il trattato di Shengen e contro il parere dell’OMS che al contrario ritiene queste misure inutili e anzi capaci peggiorare lo stato delle cose.

C’è da chiedersi quando arriverà il tempo in cui tireremo le somme sui modi con cui è stata raccontata la crisi e soprattutto quando valuteremo gli effetti negativi che ne sono scaturiti.

Progettare ora, durante la quarantena, il post tutto, ci impone di ripartire proprio da qui, dalle parole, dal linguaggio, dalla verifica dei fatti e dal non smettere, molto più di prima, di avere a cuore la ricerca e il rispetto della verità. Altrimenti il rischio è che là fuori troveremo di tutto tranne che un luogo adatto ad ospitare le nostre nuove consapevolezze.

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