4 × uno =

È nel giusto chi sostiene che la burocrazia è un asset proficuo ed economicamente vantaggioso del mondo della produttività. Almeno per gran parte della nostra storia lo è stato.

Oggi quel sistema, nato alla fine degli anni ’50 e arrivato fino a noi con tutti i vizi di forma, è diventato un’ancora che non permette all’innovazione di fiorire e di svilupparsi dando risultati positivi che ricadano sull’intera comunità.

Apparentemente il bando, nell’immediato livello etico e psicologico, mette tutti sullo stesso piano. È l’atto pubblico di aprire un’opportunità in modo democratico a tutti quelli che ritengano di avere dei requisiti. Non ci sono preferenze, almeno non nell’intenzione ab initio, solo valutazioni espresse oggettivamente sulla base di criteri stabiliti per ogni ente da un regolamento ben preciso.

Criteri.

Qui, però, la faccenda sembra incartarsi su se stessa. Come in un gioco di matrioske, bambole contenute una nell’altra all’infinito, la burocrazia sembra vincolare il riconoscimento della legittimità dei requisiti all’espletamento di altra burocrazia.

Per poter accedere alla più o meno semplice valutazione di una reale competenza occorre traghettare il mare della mille certificazioni, una vincolata all’altra in un continuo problem solving di garanzie e accreditamenti.

Un incubo per tutti quelli che, magari presi dalla reale della complessità della vita, hanno meticolosamente impegnato il proprio tempo a raggiungere un’eccellenza di contenuto e di sapere ignorando la forma del compito che gli veniva richiesto. Vi ricordate a scuola, esisteva il concetto di rifare la composizione, il tema, in “bella”. Sempre a scuola, ricordate, c’erano quelli che erano talmente bravi a organizzare il proprio tempo e le proprie azioni, dagli appunti alla pianificazione delle interrogazioni comandate fino a dare soddisfazione in tutto e per tutto alle aspettative dei professori, che pur non brillando di particolare intelligenza o creatività, passavano davanti agli irregolari facilmente.

Irregolari, appuntiamoci questo termine.

Gli irregolari sono quelli che non hanno mai saputo far propria la furbizia funzionale di quelli che si sono mossi alla svelta, riconoscendo in tempi non sospetti che un pezzo di carta vale più di qualsiasi intelligenza.

Ci sono in Italia profili di realtà, organizzazioni, associazioni che di questa capacità da azzeccagarbugli, tra mozziconi di sigaretta e uffici sommersi da cataste di scartoffie, hanno fatto il principale talento. Noi li chiamiamo gli enti della Terra di Mezzo, gli intermediari.

Lo sappiamo, perché le condizioni del lavoro attuali, sconquassate dall’emergenza di un’architettura amministrativa, produttiva e sociale al collasso, richiedono di riformare quella burocrazia che non ha più alcuna ragione d’essere, ormai obsoleta rispetto alle sfide di questi tempi e alla velocità dei cambiamenti. 
Vediamo. La funzione del bando possiamo definirla così, in base a una sintassi ben precisa di passaggi:

  1. Un ente decide di pubblicare un bando, stabilendo requisiti e modalità per la presentazione delle candidature, nonché criteri e modalità per la valutazione dei progetti e la formazione della graduatoria finale;
  2. al bando e alle regole del suo svolgimento viene data adeguata pubblicità, per dar modo a tutte le organizzazioni che possiedono i requisiti per presentare la candidatura;
  3. le candidature vengono sottoposte ad un primo vaglio, escludendo quelle che non possiedono i requisiti o non sono state presentate nelle forme stabilite;
  4. si procede, ove prevista, alla valutazione dei titoli e dei requisiti presentati da ciascuna organizzazione; 
  5. sulla base dalle valutazioni attribuite, viene formata, secondo i criteri prefissati, una graduatoria che elenca i candidati ritenuti idonei.

Quello che succede, però, rispetto a questa innocua classificazione di punti è la supremazia delle regole sullo scopo e sugli obiettivi finali che, fino a prova contraria, dovrebbero essere la sezione delle proposte più qualificate, di valore e, magari, sostenibili.

Dalla parte degli enti erogatori gli strumenti funzionali a rendere queste regole di difficile superamento ci sono tutti. In primis, una mancanza di reale conoscenza del mondo del lavoro, costituito per lo più da nano-imprese eccellenti che, al di là delle proprie capacità e qualità di know how, possono non avere e spesso non hanno le dimensioni o le disponibilità economiche per “acquisire” determinate certificazioni o accreditamenti.

Poi, c’è la complessa articolazione dei bandi, una volta messi da parte i requisiti, rispetto alla dinamica di presentazione dei progetti – in fasi, in tempi, in economie ben precisi – e alla rendicontazione dei costi.

Alla fine, ormai si sente spesso dire, partecipare ai bandi non conviene più, non è più utile a nessuno. Non alle organizzazioni, alle associazioni che, già di piccole dimensioni, dovrebbero distrarre risorse ed energie da compiti e attività più redditizi a fronte di un incerto risultato; non alle amministrazione pubbliche o agli enti locali che vedono sempre più bruciare importanti capitali e restare inutilizzati finanziamenti che potrebbero contribuire a riattivare le micro-economie dei territori.

La logica, poi, dell’equa distribuzione, che diventa un dare poco a tanti, non dà più effettivi ed efficaci risultati. Le nano realtà che riescono ad aggiudicarsi piccoli emolumenti sanno che non è grazie a quel micro-finanziamento che riusciranno a stare sul mercato.

E alla legittima obiezione che non è di fondi pubblici o di assistenza che un’organizzazione dovrebbe vivere, è giusto affermare che in mancanza di mercati trasparenti, dove non esistano catene di intermediazione infinite e in cui norme e regole non diventino barriere all’accessibilità del proprio modello produttivo, è persino giusto vivacchiare raschiando il barile dei 10mila euro di tanto in tanto.


Il sistema dei bandi ha, di fatto, di fronte a questi mediocri risultati svelato la sua inadeguatezza, la sua inefficacia. Inoltre, ha contribuito a polarizzare gli estremi di una antropologia professionale che si è drasticamente divisa in due. Chi detiene le soluzioni gestionali e amministrative per muoversi nella complessa rete delle burocrazie e chi, dall’altra parte, batte il mercato cercando di proporre il proprio know how al ribasso. Il primo gruppo è nel circuito, sa benissimo che una volta dentro il girone delle graduatorie e delle assegnazioni – avendo di fatto affinato le soluzioni tecniche – potrà comunque godere di una “zona franca” nella quale agire più o meno indisturbati, cercando di comporre o scomporre a seconda dei casi filiere di progetto flessibili. Chi è fuori continua a guardare questi meccanismi come fumo negli occhi, stupendosi di scelte inadeguate, di contenuti spesso sotto tono, di progetti consolidati nella forma, ma che denotano una pressoché totale mancanza di allineamento ai tempi  ai linguaggi, ai modi dell’innovazione.

Occorre, se vogliamo davvero che qualcosa di nuovo accada, interpretare il bando come un’allegamento di campo e di orizzonte e non  come uno strumento spartiacque che possa garantire di delimitare un’opportunità a pochi.

L’approccio del banditismo rapace deve essere sostituito da una motivazione inclusiva, dall’interesse collettivo, dallo spirito di collaborazione. Lo stile di vita faccendiere e fatalista deve cedere il passo alla responsabilità sociale e alla disposizione a ragionare secondo prospettive e tempi di medio e lungo termine. E anche il bando, che sia opera di un ente locale piuttosto che di una Fondazione o altra organizzazione, deve piano nel tempo prevedere l’integrazione con procedure di affidamento diretto, di valutazione di storico professionale in termini di qualità delle persone, dei gruppi di lavoro, della effettiva qualità dei progetti e dei risultati raggiunti.

Un affidamento che, partendo dallo storico professionale, faccia proprie delle modalità di valutazione diverse, perché il tempo è poco e la prossima crisi ci metterà di fronte al pericolo di un immobilismo senza precedenti.

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