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A cura di Elena Girotti

Il paradigma dell’industriosità

Da qualche tempo ci occupiamo del mondo dell’innovazione e della trasformazione dei mercati. Il libro Changemaker. Il futuro operoso dell’economia digitale (Polity Press, 2019; trad it, Luca Sossella editore) di Adam Arvidsson è un testo che osserva il diffondersi di quella che viene definita economia industriosa contrapposta al capitalismo industriale e digitale in piena crisi.

Ne abbiamo parlato con l’autore – attualmente Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Federico II di Napoli – e vogliamo condividere qui le riflessioni che ne sono scaturite.

Professor Arvidsson, nel libro lei parla della crisi del capitalismo industriale e digitale e analizza una nuova, ma non del tutto, modernità industriosa: che cos’è e che caratteristiche ha?

Oggi l’economia a modello industriale, basata sulle grandi produzioni e il consumo di massa, non cresce più, anzi si sta contraendo velocemente e sta escludendo sempre più persone dalla possibilità di una carriera sicura e soddisfacente. Nelle scienze sociali si utilizza la categoria dell’industriosità per descrivere i rapporti di produzione «tipici delle economie precapitaliste avanzate del tardo Medioevo e della prima epoca moderna, così come anche della Cina di Ming e Qing, dell’India medievale e, ancora prima, dell’impero islamico» (p. 60). Ho ripreso questo concetto di modernità industriosa per cercare di dare una chiave di interpretazione unica a dei fenomeni che stanno succedendo ora ai margini e che hanno caratteristiche in parte simili a quelli del passato; noi vediamo infatti che oggi l’economia a modello industriale, basata sulle grandi produzioni e il consumo di massa, non cresce più, anzi si sta contraendo velocemente e sta escludendo sempre più persone dalla possibilità di una carriera sicura e soddisfacente. Molti di questi “emarginati” stanno dando vita ad un numero sempre più crescente di attività che avvengono ai margini e che possiamo definire industriose nel senso utilizzato dagli storici dell’economia; sono infatti attività su piccola scala, ad alta intensità lavorativa, ma bassa intensità di capitale, sono informali e imprenditoriali, e fanno parte di un’economia orientata verso un mercato trasparente per soddisfarne i bisogni e non per dominarlo, a differenza delle grandi corporation capitalistiche. La crescita di questo fenomeno è osservabile sia negli strati popolari, soprattutto nell’economia dei migranti, dei bazar e del contraffatto, ma anche – e questa è forse la cosa veramente nuova – tra i creativi, i freelance, i lavoratori del sapere che una volta preferivano impieghi stabili, ma che ora vedono l’imprenditorialità sia come scelta che permette loro di esprimere loro stessi e la loro vocazione lavorativa, ma anche come necessità avendo spesso poche possibilità di trovare un impiego di impresa. Il diffondersi dell’economia industriosa è anche facilitato dall’accesso a nuove risorse, soprattutto digitali, che prima erano molto costose e ora sono spesso liberamente accessibili in quanto beni comuni, come ad esempio i software di collaborazione o di progettazione di aziende.

Tenendo conto delle caratteristiche appena descritte, l’economia industriosa riesce a fare innovazione e se sì, di che tipo?

Da molti anni l’innovazione incrementale, quella che ha a che fare con l’adattamento delle tecnologie digitali ai bisogni e desideri dei consumatori, è stata affidata e relegata a società industriose di questo tipo. Ormai i grandi laboratori corporate, come erano magari quelli dell’IBM, non si occupano più dell’adattamento delle tecnologie digitali: per questo ci sono molte start up che rientrano nei criteri di impresa industriosa, ma troviamo esempi di quest’ultima anche nell’economia pirata; un caso significativo, di cui parlo nel libro, è stato il fenomeno dei telefoni cellulari Shanzai che si è sviluppato in Cina nella metà degli anni 2000 e che ha contribuito enormemente alla diffusione della telefonia mobile tra i consumatori più poveri, nonché al suo adattamento tenendo conto di diverse esigenze. L’innovazione in termini di adattamento avviene in questa economia industriosa ormai da un paio di decenni, mentre invece la grande innovazione che cambia i paradigmi tecnologici, come l’intelligenza artificiale e la robotica, richiede molte più risorse per essere sviluppata e per questo difficilmente nasce dall’economia industriosa: sono le grandi istituzioni, spesso con forte partecipazione statale, a generarla.

A proposito di start up, quest’ultime possono essere considerate come una risposta istituzionale del capitalismo all’emergente industriosità?

Sì, certo, ne parlo anche nel libro. Le istituzioni che sono nate attorno ai venture capital, alle piattaforme e alle start up rappresentano un tentativo di inglobare questa innovazione industriosa dentro alle logiche di un capitalismo ormai quasi principalmente finanziario, ma è secondo me un tentativo poco riuscito. Il sistema delle start up è un sistema che ha generato e genera degli investimenti finanziari, ma non delle innovazioni utili a sfruttare pienamente il potenziale delle tecnologie digitali. Noi abbiamo per la prima volta nella storia dell’umanità delle tecnologie di connessione quasi immediata che permettono una connettività globale in tempo reale, però a che cosa ci ha portato tutto ciò? A Instagram, Facebook, app che permettono di ordinare cibo, ma questi strumenti potrebbero fare molto di più e essere sfruttati meglio, soprattutto adesso in vista della grande crisi ecologica della quale sentiamo e per la quale questa pandemia è stata, come diceva Bruno Latour, una sorta di prova generale. Abbiamo bisogno di soluzioni e innovazioni che vadano bene al di là e finora questo sistema non è stato il massimo, è riuscito a generare soltanto degli oggetti di investimento che hanno poco da dare in termini di utilità collettiva.

A proposito di pandemia, secondo lei quest’ultima rappresenta una battuta d’arresto allo sviluppo della modernità industriosa o dà un’ulteriore spinta?

Adam Arvidsson

Ritengo che questa pandemia sia diventata una sorta di catalizzatore per una serie di speculazioni su crisi ambientale, crisi economica, fine di un modello, fine di un sistema che prima magari non trovavano un comune denominatore. E quindi credo che da un punto di vista principalmente culturale la pandemia sia riuscita ad annunciare l’urgenza di questo crollo che stiamo vivendo e all’interno del quale cresce la presenza dell’economia industriosa. Penso che lo scenario più probabile e che già vediamo arrivare e che sicuramente è stato accelerato dalla pandemia, o meglio dalla crisi economica che ha già generato e che durerà per parecchi anni, è fatto di un continuo collasso graduale delle istituzioni dell’economia industriale con un’amplificazione di quelle tendenze che già vediamo da qualche decennio. Le istituzioni del capitalismo industriale saranno sempre meno in grado di fornire le condizioni necessarie per una vita dignitosa, se non a una minoranza sempre più ristretta. Immagino un po’ questo scenario di comunità recintate costituite da dipendenti delle grandi multinazionali nell’ambito di un pianeta fatto di slum e di degrado generale, un po’ quello che vediamo in parte se guardiamo agli Stati Uniti oggi, dove, ad eccezione delle coste, del Sud e del Texas, il resto è essenzialmente un deserto di depressione economica e disoccupazione con tutti i problemi sociali ad essa connessa. Questa situazione continuerà secondo me a svilupparsi in questa direzione comportando una maggiore sviluppo dell’economia industriosa, una sorta di fermento e attività imprenditoriale che subentra e copre le necessità e i bisogni delle persone lì dove le istituzioni ufficiali non arrivano o non funzionano.

Questo scenario industrioso come potrebbe venire istituzionalizzato e che ruolo potrebbero avere in questo senso applicazioni quali ad esempio la blockchain o i beni digitali peer to peer e open source?

L’economia industriosa non è mai stata completamente eradicata, nemmeno nelle società più moderne, e la sua crescita, alla quale stiamo assistendo, creerà sicuramente nuove forme di relazioni sociali e di comunità che si trasformeranno in nuove identità anche politiche, in nuove forme di esigenze di diritti e riconoscimenti, di regolamentazione, di azione collettiva di vario tipo; capire esattamente come questo si evolverà è quasi impossibile perché dipenderà dalla complessità dei fattori presenti nei diversi territori. Potremmo assistere a uno sviluppo crescente di un’economia industriosa legata fortemente alla criminalità organizzata così come avviene in gran parte nell’economia del contraffatto o l’economia pirata. Oppure potrebbe prendere sempre più piede un’economia industriosa avallata anche da istituzioni statali. C’è poi questa possibilità data dalla promessa delle tecnologie blockchain come forme di autoregolamentazione su base comunitaria; si specula molto dentro al mondo del blockchain e ci sono tante innovazioni anche molto interessanti per quanto riguarda la strutturazione di strumenti finanziari su base comunitaria che possono funzionare in un’economia definita in qualche modo post capitalista.  Quanto sarà possibile realizzare queste forme più comunitarie, più progressive, più democratiche, quanto no, è una domanda ovviamente molto aperta che dipende da una serie di fattori e senz’altro anche dal sostegno, delle istituzioni statali che comunque rimangono attori importanti. Ciò è ben visibile già da un po’ nel settore della food economy caratterizzato da un grande desiderio per cibi meno industriali, più attenti alle tradizioni del territorio o ai bisogni delle persone; ciò si traduce in una forte innovazione in questo campo, sia per quanto riguarda le forme di coltivazione, ma anche quelle di distribuzione e marketing. La volontà delle istituzioni statali ha però un grande ruolo nel sostegno a questo approccio perché, banalmente, se vengono dati permessi per la costruzione di supermercati, le persone andranno chiaramente a comprare lì, ma con modifiche ai piani regolatori, applicando altre forme di tassazione e di intervento e sostenendo la piccola economia agraria locale e industriosa che caratterizza diverse zone del mondo, tra le quali il Sud Italia, potrebbero avere un ruolo cruciale nel determinare l’articolazione del settore della food economy e, allo stesso tempo, nella creazione di risposte efficaci alle crisi alimentari che per via del cambiamento climatico ci troveremo ad affrontare.

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