Dall’impresa tradizionale alla open community

a cura di Davide Pellegrini

Ho lavorato quasi un anno per una società torinese che si occupa di ingegneria dei servizi. Non dico il nome per una questione di riservatezza. Ma ho a cuore di raccontare l’esperienza perché può essere utile. L’oggetto iniziale era la definizione di una Content Strategy, dal restyling del posizionamento di brand – decisamente old style – alla creazione di una content culture condivisa in azienda, con l’idea di un sempre più stretto coinvolgimento di nuove generazioni di employee, soprattutto millenials, nelle dinamiche dell’azienda. Il tutto riassunto nel semplice: rifacciamo il sito istituzionale, aiutaci a ripensare un wireframe secondo un approccio più attuale.

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Faccio subito una parentesi. Nello spirito del contemporaneo, l’uomo si è giustamente modificato in un essere sapiente, cosciente, perfettamente in grado di decidere se collaborare e agire per la sostenibilità di un pianeta agonizzante, o pensare ad affermarsi individualmente secondo la spinta del profitto. Lo sappiamo, diagnosi ce ne sono state molte, a partire dai millenials le ultime generazioni stanno trasformano la preoccupazione dell’ignoto e del futuro in un agire tempestivo, in cui gli ideali, le motivazioni, le azioni si incontrano con i temi della responsabilità sociale, della dignità inviolabile del lavoro, dell’integrazione e rispetto delle diversità, dell’ecologia e salvaguardia dell’ambiente, dell’etica della tecnologia e dell’informazione, della tutela e supporto di categorie svantaggiate, soprattutto rispetto alla sanità e al welfare.

Argomentazioni che portano a una conclusione, qualcosa di discusso molte volte nell’ambito della Corporate Diplomacy. Un’azienda è, prima di tutto, un insieme di valori, un manifesto di idee e comportamenti che la portano a caratterizzarsi come habitat condiviso e a collocarsi nel dibattito culturale contemporaneo. Un luogo che, come un approdo sicuro, fa una promessa di costruzione di un percorso nel futuro e si impegna a mantenerla. 

Abbiamo lavorato su un approccio di umanizzazione di rapporti e funzioni, cercando di costruire il presupposto di un progressivo e maggiore coinvolgimento di impiegati nella narrazione dell’azienda. 

Qualcosa da realizzare per mezzo della valorizzazione delle risorse, della riduzione della distanza tra manager e impiegati, dell’integrazione di servizi condivisi – dal social eating al car sharing – della creazione di una redazione diffusa che possa dar voce a gruppi di lavoro su temi urgenti in grado di connettere l’azienda al contesto attuale. Abbiamo disegnato degli scenari evolutivi dei servizi che interessano l’azienda, dall’IT al Biomedicale, dall’Industry alla Smart Mobility e immaginato in che modo questi contenuti possano diventare parte della cultura aziendale e trarre vantaggio dalla voce del gruppo. Magari, perché no, premiando la capacità di ognuno di esprimere la propria visione e una propria posizione e, con intraprendenza, mettere le proprie intuizioni al servizio di tutti.

Tornando al brief. È così che immagino un sito internet. Come un medium digitale di altissimo livello che si comporta come un organismo, crescendo per il naturale crescere delle sue parti in un tutto equilibrato e solido. Un broadcaster di messaggi positivi composto da prodotti editoriali e di contenuto tra i più vari ed etrogenei.

Non tutto quello che abbiamo progettato è stato o sarà realizzato, e non è certo questa la sede per parlarne, ma ho capito che la strada è giusta e che le aziende dovranno diventare piccoli ecosistemi elastici dove l’architettura delle funzioni, in un impianto verticistico di vecchia concezione, sarà sostituito sempre più da community flessibili aperte al cambiamento, popolazioni che apprendono e crescono di continuo, fino a diventare quel posto “magico” nel quale vorresti stare.