L’innovazione parte dai piccoli centri

A cura di Davide Pellegrini

Ripropongo, a distanza di più di un anno, un estratto del libro Sharing Economy. Il tema della decentralizzazione dell’innovazione nei piccoli centri e territori distanti dalle grandi città è più che mai attuale. Una riflessione che non ha come obiettivo solo trovare una risposta al fenomeno dello spopolamento, piuttosto un’idea di costruzione di Community con spazi di relazione e condivisione realmente possibili.


Comunità di rancore vs comunità di cura

Zygmut Bauman, nel suo lavoro di infaticabile divulgatore, ha parlato di una tendenza a riconoscersi in comunità con precise motivazioni di identità e appartenenza. Esistono per il sociologo diverse forme di comunità. La prima è la comunità del rancore, che mette assieme tutti quelli che si sentono in qualche modo esclusi, in pericolo o condannati in un limbo di precarietà. Le tante prassi di inclusione sociale, i tentativi di radicarsi attorno a un’idea alternativa di mondo raccontano questa trasformazione che, alcune volte, può venire stigmatizzata in manifesti o movimenti politici, attivistici e di diretta sovversione di un equilibrio.

Altre volte, si manifesta in visioni di resistenza e solidarietà con forti identità di gruppo. Queste sono le comunità di cura, composte da innovatori, operatori sociali, soggetti attivi nell’innovazione sociale e nel welfare. Eppure, a ben vedere, la cura parte dalla constatazione della malattia di cui spesso paura e disagio sono le forme più comuni. È questa strana distonia, la sensazione di voler evitare un futuro post-apocalittico alla Philip Dick che spinge molti a costruire percorsi di speranza, ottimismo e valore.

Fablab, coworking, open community sono piattaforme aperte, ecosistemi distribuiti nella social city cooperante che operano fuori dal funzione regolativa dello Stato. Sono idee che non hanno luogo, nascono in posti remoti, decentralizzati perché i costi e le difficoltà di sopravvivenza nelle aree eccessivamente urbanizzate costringono le persone a vivere secondo un approccio da instant problem solving. Sono piattaforme che non cercano un dialogo con il centro, semmai costruiscono sperimentazioni di soluzioni utili anche alle città e ai contesti più complessi. Le community di questo tipo sono destinate a crescere perché nelle città, a causa della gentrificazione sempre maggiore, prevalgono l’isolamento, l’emarginazione, la solitudine. Le ragioni si collegano all’eccessivo peso con il quale si vive la propria condizione di pericolo e incertezza, anonimato e instabilità.

Al di fuori di questo complesso scenario ci sono, invece, le opportunità di territori da riportare alla vita, abbandonati all’obsolescenza, alla dimenticanza, destinati alla consunzione del tempo. Sarà per questo che molti giovani che probabilmente scomparirebbero nel caos indistinto della città, tra affollamento e competizione, oggi scelgono di costruire nel proprio territorio di appartenenza.

Città, periferie, territori

Una città non può esistere senza Mobilità. Quando parliamo di urbano, intendiamo l’insieme delle pratiche di uno specifico modo di vivere fatto di attività quotidiane e dinamiche sociali, culturali, economiche. Se da un lato i fenomeni del pendolarismo e della massificazione continuano a descrivere il contesto urbano come l’unica area possibile di influenza che consente alle persone di avere a portata di mano un laboratorio di sperimentazioni a cielo aperto, dall’altro – se intendiamo la mobilità come cambiamento e libertà – dobbiamo ammettere che negli ultimi anni si è verificato uno spostamento dalla costipazione della sopravvivenza urbana all’esaltazione anche retorica di possibili alternative.
La formula Talento, Tecnologia, Tolleranza di Florida non ha preso in considerazione la veloce trasformazione delle città in roccaforti di malcontento sociale che hanno messo in contrapposizione un elettorato democratico e liberale con un ceto impoverito, rabbioso e coinvolto in visioni antisistema di matrice populista.
In questo scenario, la periferia è lo spazio di aree-dormitorio costruite attorno a vasti centri commerciali, dove le uniche interazioni possibili sono date dalla sequenza di produzione, distribuzione e consumo al di fuori della quale non possono esistere pratiche e principi di relazione solidale. Nella dialettica centro – periferia quest’ultima, pur aspirando a essere città è, di fatto, una rappresentazione della sua resistenza a integrare processi di ridistribuzione delle opportunità. È forse questo il motivo per cui si sta riaffermando un’interpretazione della vita sostenibile diversa, la narrazione dell’alternativa che prende forma dalla progettazione e costruzione collettiva e condivisa di un nuovo ambiente abitabile, in grado di trattenere e migliorare l’esperienza di scambio e relazione.

Gli ultimi dati, articoli come quelli del Sole24Ore parlano chiaro. Puglia, Sicilia, Campania, Calabria, da Copertino ad Ales, da Prato a Bologna, Lucca, L’Aquila, il comune denominatore sembra essere la realizzazione di spazi e attività comunitari, relazioni, capitalizzazione del sociale. La valorizzazione dei borghi, dei piccoli centri, dei territori remoti in Open Community di innovazione diventerà  sempre di più un’urgenza, una realtà, una prospettiva di vita.